di Francesco Valerio
Pare quasi che l’Italia abbia scoperto Ben-Gvir ieri pomeriggio, davanti a un video troppo osceno per essere archiviato con la solita formula della “preoccupazione”. Come se il ministro israeliano fosse precipitato all’improvviso sulla scena, e non fosse invece da anni uno dei volti più limpidi e brutali dell’ultra-destra che tiene in piedi Netanyahu. Il Paese dei comunicati prudenti ha visto, finalmente, ciò che molti non volevano vedere: il metodo. Gli attivisti della Global Sumud Flotilla, intercettati in acque internazionali mentre tentavano di portare aiuti a Gaza, sono stati legati, messi in ginocchio, esibiti davanti alle telecamere. Itamar Ben-Gvir, ministro fascista di un governo che da tempo ha smesso perfino di fingere misura, li ha trasformati in scenografia politica. Non gli bastava l’abbordaggio. Non gli bastava il sequestro. Serviva la gogna. Serviva il video. Serviva la liturgia del dominio: il potente in piedi, i disarmati a terra. Non è una macchia sul governo Netanyahu. È una sua emanazione naturale. Ben-Gvir non rovina l’immagine di quel potere: la chiarisce. Pare quasi che l’Italia abbia scoperto Ben-Gvir ieri pomeriggio, davanti a un video troppo osceno per essere archiviato con la solita formula della “preoccupazione”. Come se il ministro israeliano fosse precipitato all’improvviso sulla scena, e non fosse invece da anni uno dei volti più limpidi e brutali dell’ultradestra che tiene in piedi Netanyahu. Il Paese dei comunicati prudenti ha visto, finalmente, ciò che molti non volevano vedere: il metodo. Gli attivisti della Global Sumud Flotilla, intercettati in acque internazionali mentre tentavano di portare aiuti a Gaza, sono stati legati, messi in ginocchio, esibiti davanti alle telecamere. Itamar Ben-Gvir, ministro fascista di un governo che da tempo ha smesso perfino di fingere misura, li ha trasformati in scenografia politica. Non gli bastava l’abbordaggio. Non gli bastava il sequestro. Serviva la gogna. Serviva il video. Serviva la liturgia del dominio: il potente in piedi, i disarmati a terra. Non è una macchia sul governo Netanyahu. È una sua emanazione naturale. Ben-Gvir non rovina l’immagine di quel potere: la chiarisce. Da Gaza al Libano, fino alla seconda spedizione umanitaria bloccata in mare, la linea è riconoscibile: colpire, negare, accusare chi denuncia, attendere che l’Occidente trovi le parole giuste per non dire nulla. Gaza è stata massacrata, affamata, ridotta a laboratorio di una crudeltà somministrata giorno per giorno. Il Libano viene trattato come una periferia bombardabile. Le acque internazionali diventano la piscina privata di Tel Aviv. La condanna del terrorismo non è in discussione. Ma non può essere usata come una chiave universale per spalancare gli scrigni della giustificazione. Nessun dolore, neppure il più atroce, conferisce a uno Stato il diritto di trasformare un popolo in materiale di risulta della geopolitica. Nessuna memoria, nemmeno la più sacra, può diventare assoluzione preventiva per un governo che affama, assedia, imprigiona e, nell’umiliare, pretende pure l’inquadratura migliore. Il punto, dunque, non è Ben-Gvir. I caporali della reazione fanno il loro mestiere: cercano il nemico, ne abbassano l’umanità, lo mostrano vinto per educare gli altri alla paura. Il vero scandalo è il vuoto della politica che li lascia avanzare. La politica vera, quella che previene le catastrofi e non le commenta a cadavere caldo, è mancata. È mancata nelle cancellerie europee, nei vertici comunitari, nei governi che hanno continuato a confondere la prudenza con l’inerzia e l’alleanza con la subordinazione. Pedro Sánchez, almeno, ha indicato una direzione: sanzioni, rottura dell’ambiguità, pressione su Bruxelles. Ma è stato lasciato troppo solo, come spesso accade a chi decide prima che la contingenza lo renda comodo. Questo è il punto politico che la Flotilla ha rimesso sul tavolo. Quei cittadini disarmati non si sono sostituiti ai governi: ne hanno mostrato il fallimento. Hanno fat-to ciò che la politica europea non ha avuto il coraggio di fare: costringere il mondo a guardare Gaza, a pronunciare la parola assedio, a misurare il doppio standard di un Occidente severissimo con i nemici e improvvisamente afono con gli “amici”. Essi sono il promemoria vivente di ciò che accade quando la politica abdica e la coscienza civile prova, con i mezzi che ha, a riaprire una strada.Per questo le paro le italiane di queste ore non bastano. Se il trattamento degli attivisti è stato indegno, se il fermo in acque internazionali è illegale, se il governo Netanyahu continua a trattare il diritto internazionale come carta straccia, allora non servono aggettivi più severi: servono atti. Bisogna sospendere gli accordi, sanzionare i responsabili politici, fermare ogni complicità militare, riconoscere lo Stato di Palestina, garantire corridoi umanitari reali. Altrimenti l’indignazione è solo una forma elegante di resa. Qui sta il nodo socialista. Non nell’equidistanza da salotto, non nel culto impotente della complessità, non nella paura di disturbare l’ordine costituito. Il socialismo nasce contro il dominio, contro la prepotenza dei forti, contro l’idea che un popolo possa essere rinchiuso, bombardato, affamato e poi accusato di disturbare la quiete del mondo. Nasce per dire che la libertà non è il privilegio dei protetti, ma il diritto dei popoli; che la pace senza giustizia è soltanto disciplina imposta; che il diritto inter-nazionale o vale per tutti, o non vale nulla. Noi dobbiamo chiamare le cose con il loro nome. A Gaza è in corso un massacro. La Flotilla è stata vittima di un atto illegale. Ben-Gvir è il volto squadrista di una destra israeliana che ha fatto dell’umiliazione una bandiera. Netanyahu non difende il diritto: lo consuma, lo piega, lo espone in ginocchio davanti al mondo. E quando il diritto viene messo in ginocchio, il compito dei socialisti non è abbassare la voce per sembrare ragionevoli. È impegnarsi a rimetterlo in piedi.



