Il Governo incolpa l’Europa. Ma servirebbe un bagno d’umiltà

di Andrea Follini

Il mancato raggiungimento dell’obiettivo del 3% nel rapporto deficit/Pil rappresenta un passaggio critico per l’Italia e un duro colpo alla credibilità economica del governo Meloni. Un traguardo non raggiunto che non è solo una mancanza del rispetto delle regole europee che tutti i Paesi, Italia compresa, hanno concordato, ma ha anche un alto valore simbolico: segna la capacità o l’incapacità di un Paese di mantenere sotto controllo i conti pubblici in un contesto già segnato da debito elevato e da una crescita fragile. Il fatto che l’esecutivo non sia riuscito a centrare questo obiettivo apre una serie di interrogativi sulle scelte di politica economica adottate e sulle prospettive future. Fin dall’inizio del mandato, il governo ha impostato la propria strategia su una combinazione di promesse fiscali espansive e prudenza dichiarata nei conti. Il ministro Giorgetti più volte ha richiamato l’attenzione sulle difficoltà nel gestire un momento faticoso per l’economia mondiale, ma sempre ritenendosi in grado di superare la difficile partita. Tuttavia, nei fatti, questa linea si è rivelata contraddittoria. Il risultato è un disavanzo che resta sopra la soglia del 3%, non facendo così uscire l’Italia dalle procedure d’infrazione europee che si tradurranno nella necessità di ulteriore contenimento della spesa. Una situazione che aumenterà anche il deterioramento della fiducia dei mercati. Il ruolo del ministro dell’economia è inevitabilmente al centro delle critiche. Considerato inizialmente una figura di garanzia, capace di rassicurare Bruxelles e gli investitori, Giorgetti si trova oggi a dover giustificare una traiettoria dei conti pubblici che appare fuori controllo. Le sue scelte, spesso improntate ad un compromesso politico più che a una visione economica coerente, hanno finito per indebolire la credibilità complessiva della politica economica italiana. Le ripercussioni sull’economia nazionale potrebbero essere significative. In primo luogo, il mancato rispetto dell’obiettivo rischia di tradursi in un aumento del costo del debito. Gli investitori, percependo un maggiore rischio, potrebbero chiedere rendimenti più elevati sui titoli di Stato. Questo comporterebbe un incremento della spesa per interessi, sottraendo risorse a settori cruciali come sanità, istruzione e infrastrutture, ambiti già fortemente penalizzati nel recente passato. In secondo luogo, vi è il rischio concreto di un irrigidimento dei rapporti con le istituzioni europee, stante i richiami formali che non mancheranno e, in prospettiva, richieste di manovre correttive. Ciò significherà nuove misure di austerità, con tagli alla spesa o aumenti delle entrate, che potrebbero deprimere ulteriormente la crescita. Una spirale già vista in passato e che l’Italia non può permettersi di rivivere. Conseguenze che ricadranno direttamente sui cittadini. Un aumento dei tassi di interesse si traduce, ad esempio, in mutui più costosi e in un credito più difficile da ottenere per famiglie e imprese. Allo stesso tempo, eventuali manovre correttive potrebbero comportare un incremento della pressione fiscale o una riduzione dei servizi pubblici. In entrambi i casi, il peso del mancato controllo dei conti finisce per gravare sui contribuenti. Direttamente o, come si preventivava, anche indirettamente, quando i servizi sono erogati dagli Enti locali. Dal punto di vista politico, il fallimento nel raggiungere l’obiettivo del 3% rappresenta una crepa significativa nella narrazione del governo. L’esecutivo aveva promesso rigore e responsabilità, ma i risultati raccontano una storia diversa. Come reagirà quell’elettorato moderato che aveva visto nel governo una garanzia di stabilità economica? Inoltre, le tensioni interne alla maggioranza potrebbero acuirsi, con frizioni tra le diverse anime della coalizione. Stavolta non basterà tuonare contro l’Unione europea, su cui scaricare le colpe dell’incapacità di gestione dimostrata. Un altro aspetto critico riguarda la qualità della spesa. Molti degli interventi adottati rispondono più a logiche di breve periodo e a esigenze di consenso che ad una strategia di sviluppo strutturale. La mancanza di investimenti incisivi in innovazione, produttività e capitale umano limita le prospettive di crescita del Paese, rendendo ancora più difficile il rientro del deficit. Senza crescita, infatti, qualsiasi tentativo di consolidamento fiscale rischia di essere inefficace o socialmente insostenibile. Per non parlare dell’assoluta assenza di politiche d’intervento sugli stipendi. Le promesse di equilibrio tra rigore e sviluppo si sono scontrate con una realtà fatta di compromessi, rinvii e scelte poco incisive. Guardando avanti, il rischio è che il mancato raggiungimento del 3% non sia un episodio isolato, ma l’inizio di una fase di maggiore fragilità per l’economia italiana. Senza un cambio di rotta deciso, che metta al centro la sostenibilità dei conti e una crescita di qualità, il Paese potrebbe trovarsi intrappolato in una situazione di stagnazione e vulnerabilità finanziaria. Il mancato obiettivo del 3% si riverbererà anche sull’impossibilità di attuare, a fine d’anno, una manovra di bilancio con investimenti importanti, utile al governo per una campagna elettorale di fine mandato all’insegna delle “mancette”. Le conseguenze, economiche e politiche, sono già visibili e rischiano di intensificarsi nei prossimi mesi. L’Istat denuncia un calo del reddito disponibile per le famiglie dello 0,4% nel quarto trimestre 2025; il potere d’acquisto nello stesso periodo è sceso dello 0,8% ed il livello dell’imposizione fiscale nel Paese ha raggiunto il ragguardevole livello del 51,4%. Dati gestibili con difficoltà. Le conseguenze sopra richiamate sono alle porte. Per evitarle, sarebbe necessario un ripensamento profondo delle politiche economiche adottate finora. Ma, alla luce delle scelte compiute, resta il dubbio che il governo e il ministro dell’Economia abbiano la volontà – e la capacità – di intraprendere questa strada.

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