di Mirko Dell’Uomo
C’è stato un tempo in cui la politica aveva l’odore della colla dei manifesti e delle notti passate per strada. Un tempo in cui le campagne elettorali si costruivano centimetro dopo centimetro sulle plance elettorali delle città, quando gli “attacchini” – come venivano chiamati nel gergo popolare romano – si contendevano gli spazi migliori in una vera e propria battaglia silenziosa che iniziava dopo il tramonto e terminava all’alba. Era una politica fisica. Fatta di sezioni, di militanti, di volantini distribuiti nei mercati, di cene di finanziamento, di dibattiti nelle piazze e nelle case del popolo. Una politica che viveva del contatto umano, della presenza, della capacità di convincere guardando negli occhi un elettore. Il consenso si costruiva lentamente, attraverso relazioni, appartenenze e partecipazione. Negli anni Novanta e nei primi anni Duemila, nonostante l’avvento della televisione commerciale avesse già modificato profondamente il rapporto tra cittadini e politica, la dimensione territoriale continuava a mantenere un ruolo centrale. Le campagne elettorali erano ancora una sfida organizzativa: manifesti, gazebo, incontri pubblici, telefonate, reti associative e militanti rappresentavano gli strumenti fondamentali attraverso cui costruire una proposta politica. Poi è arrivata la rivoluzione digitale. Una rivoluzione che non ha semplicemente aggiunto nuovi strumenti alla politica, ma ne ha modificato radicalmente il linguaggio, i tempi e perfino le regole del gioco. In Italia uno dei primi leader a comprendere la portata di questo cambiamento è stato Matteo Renzi. La sua ascesa politica è coincisa con l’utilizzo sistematico della comunicazione digitale, dei social network e della costruzione di una narrazione continua, capace di superare i tradizionali canali di intermediazione. La politica non parlava più soltanto attraverso i giornali o i telegiornali: parlava direttamente ai cittadini, in tempo reale. Da quel momento in poi la comunicazione politica ha iniziato ad accelerare. L’esperienza del Movimento 5 Stelle e dell’universo costruito attorno a Gianroberto Casaleggio ha rappresentato probabilmente il primo tentativo organico di trasformare la rete non soltanto in uno strumento di propaganda, ma in una vera e propria infrastruttura politica. La piattaforma digitale diventava luogo di partecipazione, mobilitazione e costruzione del consenso. Successivamente la Lega di Matteo Salvini, attraverso la celebre “Bestia”, ha portato la comunicazione politica nell’era dell’algoritmo. Per la prima volta l’analisi dei dati, la profilazione degli utenti, la capacità di intercettare emozioni e orientare il dibattito pubblico sono diventate elementi centrali della competizione politica. La comunicazione non seguiva più la politica: iniziava a determinarne tempi, temi e priorità. Oggi siamo entrati in una fase ancora diversa. Le campagne elettorali non si vincono più soltanto conquistando piazze, ma conquistando attenzione. La risorsa più preziosa non è il manifesto meglio posizionato, ma il contenuto più condiviso. Non è il comizio più affollato, ma il video che riesce a raggiungere milioni di visualizzazioni. La recente esperienza comunicativa di Silvia Salis, costruita attraverso professionisti che hanno contribuito negli anni a definire alcune delle più efficaci strategie della politica italiana contemporanea, rappresenta un ulteriore tassello di questa evoluzione. Oggi il consenso passa attraverso una sofisticata combinazione di storytelling, identità visiva, gestione delle piattaforme digitali e capacità di dialogare con comunità sempre più frammentate. Nel frattempo è emerso un nuovo attore: l’influencer. Figure nate fuori dalla politica che oggi possiedono una capacità di orientamento dell’opinione pubblica spesso superiore a quella di molti dirigenti di partito. Influencer che prendono posizione, mobilitano comunità digitali, indirizzano dibattiti e, in alcuni casi, arrivano perfino a sostenere economicamente movimenti e forze politiche. Si tratta di un cambiamento profondo, che impone una riflessione democratica non banale. Se un tempo il finanziamento della politica passava attraverso le tessere, le sottoscrizioni popolari e le cene di autofinanziamento, oggi assistiamo all’ingresso di nuovi soggetti capaci di influenzare contemporaneamente consenso, comunicazione e risorse economiche. La politica contemporanea vive quindi una contraddizione evidente: dispone di strumenti straordinariamente potenti per raggiungere i cittadini, ma rischia di diventare sempre più dipendente dalle logiche dell’attenzione. In un ecosistema dominato dagli algoritmi, la visibilità tende spesso a prevalere sulla complessità, l’immediatezza sull’approfondimento, l’emozione sulla riflessione. Ed è forse qui che si apre la sfida più importante per le forze riformiste e progressiste del nostro tempo. La comunicazione è fondamentale. Ignorarla significa condannarsi all’irrilevanza. Ma una politica che si riducesse esclusivamente alla comunicazione finirebbe per smarrire la propria funzione storica: quella di elaborare idee, costruire visioni e governare il cambiamento. La grande questione del nostro tempo non è scegliere tra piazza e social network, tra manifesti e algoritmi. È comprendere come utilizzare gli strumenti della modernità senza rinunciare alla profondità della politica. Perché i clic possono generare consenso. Ma solo le idee possono costruire futuro.



