di Francesco Di Lorenzi
La cosiddetta “rivoluzione dei fenicotteri” in atto nella vicina Albania, ossia il diffuso moto di proteste iniziate a seguito dell’avvio della costruzione di un mega resort di lusso in una delle aree protette più importanti e belle del Paese delle aquile, merita di essere ulteriormente approfondita, sollevando temi e umori che, in definitiva, parlano e riguardano tutti noi. Dalle dune di Zvërnec e dall’isola di Sazan, ossia dalla zona della realizzazione del grande centro turistico di lusso, finanziata dal genero di Donald Trump, Jared Kushner, e dalla sua società di investimento Affinity Partners, le proteste hanno rapidamente investito la capitale Tirana, in un crescendo di mobilitazione e proteste come non avveniva dal periodo del crollo di uno degli ultimi regimi stalinisti d’Europa. Una “rivoluzione” pacifica, orizzontale, piena di giovani e critica nei riguardi dell’intero sistema politico albanese, unitariamente schierata contro la sua endemica corruzione, il male oscuro che ha contagiato fin dagli esordi la sua fragile democrazia, sostituendo le contese ideologiche tra le forze nate dal crollo del partito unico, con una corsa senza fine al malaffare, alla spartizione delle aziende e delle proprietà statali, alla svendita del Paese al miglior offerente. Gli ex comunisti diventati improvvisamente socialisti ed il centro-destra del sempiterno Sali Berisha si sono così alternati per decenni nella divisione del potere, senza affrontare mai i nodi gordiani delle riforme profonde di cui necessita un Paese che per corruzione e trasparenza nei progetti di investimento pubblico risulta ancora assai distante dagli standard minimi richiesti dall’Unione Europea. Il progetto, inoltre, ha suscitato le immediate proteste della Commissione che ha espresso seria preoccupazione per le conseguenze ambientali del piano di investimento, invitando Tirana a non intraprendere azioni che possano danneggiare il suo percorso di adesione. E in questo scenario si inserisce una protesta che, da oltre un mese, vede coinvolti migliaia di giovani che, ogni sera alle 18, si incontrano dietro lo striscione “L’Albania non è in vendita”, rivendicando un futuro diverso per il proprio Paese, ad iniziare proprio dall’ambiente. Pensate un po’, in una nazione che ha conosciuto migrazioni gigantesche, ragazzi e ragazze di ogni estrazione sociale si mobilitano per salvare uno dei paradisi naturali della loro terra, una vera e propria “autostrada” degli uccelli migratori, dove i fenicotteri rosa e le tartarughe marine trovano rifugio da secoli. Non lo fanno imboccati da Bruxelles o per un ambientalismo di facciata ma per rispetto e amore verso il Paese e che amano e che non vogliono vedere trasformato in un gigantesco resort per ricchi turisti in cerca di viaggi esotici. Lo fanno, al contrario, per orgoglio e dignità nazionale, impartendoci una lezione valida ad ogni latitudine: un piccolo Paese dei Balcani, che ha conosciuto l’arroganza e la violenza dell’imperialismo fascista prima e di una delle più sanguinarie ed ossessive dittature comuniste poi, che vive da decenni nel limbo di una democrazia malata, segnata da scandali ed opacità, ci insegna che la difesa dell’ecosistema non è un passatempo radical chic bensì un tema fondamentale per costruire ora, subito, un futuro diverso per noi e per le generazioni che verranno e che nessun parente di Trump o di chicchessia può avere il diritto di bypassare procedure regolari, leggi e tutele ambientali. Ma la lezione albanese non finisce qui. Perché quei giovani protestano si contro tutta l’attuale classe politica locale ma lo fanno anche con un orizzonte chiaro ed inequivocabile, quello dell’Europa. Sanno bene che il loro futuro passa inevitabilmente dal raggiungere quanto prima l’adesione all’Ue e che proprio la corruzione politica ed economica resta l’ostacolo più grande da superare per accelerarne il processo. Capiscono meglio di noi, in definitiva, che l’Europa non è una semplice sigla bensì l’unica reale opportunità per costruire un futuro diverso e migliore, lo spazio geopolitico che ha garantito agli europei (occidentali) ottanta anni di pace, di sviluppo, di diritti civili e sociali, l’area del mondo con i più elevati standard di vita in termini di assistenza sanitaria e pensionistica, diritto allo studio e condizioni di lavoro, la fetta di pianeta in cui si vive più a lungo e meglio. Se troppo spesso ci dimentichiamo tutto ciò, ben venga questa ventata di aria fresca che arriva dall’est e dalla generazione Z albanese e che impone, anche a noi socialisti, una seria riflessione sul modello di sviluppo che intendiamo proporre al Paese. Perché una cosa è certa: se l’Albania non è in vendita, se Gaza non sarà mai un gigantesco villaggio turistico come nei folli progetti trumpiani, di certo non permetteremo ai nuovi padroni del vapore e ai loro vassalli di mettere le mani anche sulle bellezze naturali e culturali della nostra Italia.



