di Fabio Panariello
Sono ormai passati venticinque anni da quando nell’aula magna del Tribunale di Genova venivano ad essere celebrati tre distinti processi per gli accadimenti del G8 del luglio 2021. La domanda ancora oggi attuale, al di là delle rievocazioni di rito, attiene a quale sia l’eredità lasciata dai citati procedimenti nel vigente ordinamento giuridico. Le stesse modalità processuali scelte per celebrare il giudizio di Genova apparivano allora non comuni, ovvero quella formula del “maxi processo” che aveva pochissimi precedenti nella storia del nostro Paese e che tante critiche, in gran parte fondate, aveva suscitato tra giuristi ed intellettuali quali Giuliano Pisapia e Leonardo Sciascia. L’oggettiva e difficile sfida di garantire i diritti degli imputati in un processo basato su una mole di documenti enorme, ancora non digitalizzati e conservati su carta, e con un elevato numero di imputati e persone offese. Il rito del “maxi processo” era allora quello modellato sul procedimento ai vertici di “Cosa Nostra” svoltosi avanti la Corte di Assise di Palermo a partire dal 1986 e terminato nel 1990 con la requisitoria del PM dottor Giuseppe Ayala. Nel capoluogo ligure, la difficoltà veniva ulteriormente aggravata dall’evidente coinvolgimento dell’opinione pubblica in una vicenda dai forti connotati politici che aveva lasciato diverse ferite aperte nella comunità, si pensi come nei giorni precedenti l’apertura del vertice, Genova venisse funestata da alcuni attentati esplosivi rivendicati dai gruppi anarco insurrezionalisti internazionali. È giusto rammentare la partecipazione attiva in aula di alcuni tra i più noti avvocati d’Italia, basti qui citare solo due nomi; Alfredo Biondi del Foro di Genova impegnato nella difesa dei Funzionari di Polizia e Alessandro Gamberini del Foro di Bologna difensore di parte civile di alcuni giovani manifestanti. Lo stupore di vedere sul banco degli imputati i vertici della Polizia di Stato attivi nel contrasto alla criminalità mafiosa e al rinato terrorismo delle nuove Br, mentre nella adiacente aula della Corte di Assise si svolgeva il parallelo procedimento ai venticinque manifestanti “No Global” coinvolti nelle violenze e nei saccheggi avvenuti in città. L’audizione quali testimoni dei vertici del Movimento anti globalizzazione Francesco Caruso, Vittorio Agnoletto, Nicola Fratoianni che saranno poi portati in Parlamento nelle file di Rifondazione Comunista e Luca Casarini più volte candidato nell’estrema sinistra senza successo. Iniziava allora la discussione sul munire le Forze dell’Ordine di numeri identificativi onde poter risalire alla precisa identità dei responsabili di eventuali reati; si noti come all’esito del processo nessuno degli esecutori materiali delle violenze nella scuola Diaz venisse condannato non essendo stata possibile la loro identificazione e come le condanne riguardassero i soli dirigenti e funzionari che avevano autorizzato e pianificato la perquisizione. La particolare attenzione mostrata dal Gip nella valutazione degli elementi a sostegno delle richieste di convalida dell’arresto dei manifestanti, non potendosi fare un affidamento cieco sulle mere attestazioni dei verbali di polizia, circostanza questa che portò alla mancata convalida degli arresti disposti a carico dei giovani fermati alla Scuola Diaz. Questione che si è poi riproposta nei drammatici casi di Federico Aldrovandi e di Stefano Cucchi denotati da irregolarità ed omissioni nelle verbalizzazioni. L’applicazione nella sentenza di condanna per i manifestanti violenti del delitto di “devastazione e saccheggio” fattispecie che aveva trovato la sua ultima attuazione nell’immediato dopoguerra e che porterà in tempi recenti alla condanna degli autori dell’assalto alla sede della CGIL di Roma di chiara matrice neofascista. Ancora, il proscioglimento del giovane carabiniere di leva coinvolto nella morte del manifestante Carlo Giuliani, cui venne ad essere riconosciuto l’uso legittimo dell’arma nell’adempimento del dovere nel corso di una violenta e protratta aggressione che ne aveva posto in pericolo la vita e l’incolumità fisica; si pensi all’odierno dibattito sulle maggiori tutele per le forze di polizia per fatti occorsi nell’esercizio del servizio. La sospensione del trattato di Schenghen disposto dal Ministro degli Interni per ragioni di ordine e sicurezza pubblica nei confronti dei manifestanti greci sbarcati con un traghetto di linea nel porto di Ancona e subito rimpatriati. La creazione di una commissione parlamentare di inchiesta, che vide l’attiva partecipazione tra i commissari del rappresentate dello “SDI/Rosa nel Pugno” Sen. Cesare Marini, la quale purtroppo non poté giungere ad una relazione unitaria sulla vicenda. In conclusione, da queste brevi e sommarie considerazioni speriamo possa iniziare un più ampio e completo dibattito sullo stato di diritto in Italia al fine di risolvere alcune delle questioni sorte nel lontano 2021 ed a oggi non giunte ad una piena soluzione.



