Contro la povertà un New Deal europeo

di Lorenzo Cinquepalmi

L’Europa sta scomparendo dallo scenario geopolitico mondiale, in cui si muovono realtà come Usa, Cina, Russia, India, Brics, e i nuovi attori “non-stato”, grandi conglomerati tecnologici e patrimoni privati che esercitano un’influenza sui flussi economici e strategici paragonabile a quella dei governi tradizionali. Per fare un esempio: il ruolo di Musk-Starlink nel conflitto russo ucraino. Se, nominalmente, i dati aggregati degli Stati che compongono l’Unione europea, in termini di popolazione, economia, potenza militare teorica, la collocano a ridosso delle due maggiori potenze, Usa e Cina, la mancanza di una guida strategica che si traduca in politica estera, politica economica e industriale, forza militare unificate e stabili, la rende sempre più marginale, sempre più alla mercè di interessi estranei al popolo europeo. Questo fattore di debolezza di una comunità di mezzo miliardo di persone, sostanzialmente omogenea per valori e sistemi socio-economici, si traduce nel suo progressivo impoverimento: negli Stati Uniti, il Pil pro capite in termini di potere d’acquisto parificato (PPA/PPP) per il 2025 si attesta a circa 90.000 – 90.900 dollari internazionali correnti; in Europa il dato aggregato arriva a 55.086 dollari internazionali correnti. Il tasso di disoccupazione in Europa, seppure più concentrato nel sud del continente, è sopra il 6%, e in Usa sotto il 4%, ma l’impatto del dato è moltiplicato dalla crescita impetuosa del fenomeno del lavoro povero: nel nostro continente il numero dei lavoratori poveri, cioè di chi ha un lavoro stabile il cui salario non basta per vivere, è quasi un decimo del totale; negli Usa è poco più di un centesimo, e in una situazione di pressoché piena occupazione, mentre in Europa il tasso di occupazione generale è del 76%. In Europa manca all’appello un quarto dei potenziali lavoratori e molti di quelli che lavorano non guadagnano abbastanza per vivere: i dati sulla povertà, assoluta (16%), della povertà relativa e del disagio economico, lo confermano, visto che l’area del malessere, del non-benessere, si avvicina pericolosamente alla metà della popolazione. Rappresentiamo un’immensa potenzialità inespressa, se è vero, come è vero, che la produzione industriale e il settore manifatturiero hanno dinamiche profondamente divergenti tra le due sponde dell’Atlantico, con differenze strutturali nei tassi di crescita, nella produttività e, soprattutto, nell’accesso all’energia. In Usa la produttività per ora lavorata cresce del 2% all’anno, in Europa stenta a restare invariata. Di quella della Cina meglio non parlare… In più, l’Europa viene da decenni di deindustrializzazione, di delocalizzazioni, di perdita di produzioni strategiche. Il caso Ilva di questi giorni è emblematico: si può essere competitivi a livello mondiale se ci si indebolisce nella produzione di acciaio? E delle altre materie prime? Se si abbandonano estrazione e raffinazione dei carburanti fossili? La tutela dell’ambiente è come la tutela del benessere dei cittadini: si ottiene con massicci investimenti, non con le chiusure. E col coraggio di andare contro quel potere non-stato di cui abbiamo parlato all’inizio. Quel potere che si traduce in una costante e devastante concentrazione della ricchezza nelle mani dei pochi cittadini del non-stato: in Europa, come pure in America, un quarto della ricchezza è nelle mani del 1% della popolazione. Le strutture sociali ed economiche sono costruite in modo tale da imporre questa immensa tassa dei ricchi sui poveri, che in Europa pesa molto di più perché da noi si lavora di meno, si guadagna di meno, si produce di meno. E così si torna al tema del coraggio politico di cambiare radicalmente le cose: “la sola cosa di cui dobbiamo aver paura è la paura stessa”. Sono le parole con cui Roosevelt ha annunciato il cambiamento epocale della politica americana in senso keynesiano, grazie al quale ha ridato al suo popolo la speranza e la fiducia nel domani che ha portato l’America fuori dalla grande depressione. I cittadini d’Europa hanno bisogno di questo: del coraggio di abbandonare gli immobilismi e i bizantinismi dell’Unione europea per realizzare subito, ed è già tardi, un’Europa federale che non abbia paura di contrarre una grande debito comune con cui realizzare, sotto una guida unitaria forte e legittimata popolarmente, gli investimenti che servono per tornare produttivi e competitivi, per riportare in Europa le produzioni strategiche, per tornare a un’occupazione piena, a salari remunerativi, a consumi interni vigorosi, a una difesa comune efficace, a una massiccia generazione di ricchezza che consenta un’altrettanta massiccia sua redistribuzione, restituendo agli europei il welfare dei giorni migliori. Se dalle nostre classi dirigenti non emergeranno leader generosi e visionari capaci di questo sforzo, capaci di rifiutare la paura e le tentazioni del comodo declino, l’Europa diventerà una colonia del non-stato, una specie di Congo Belga del ventunesimo secolo. Eppure, anche tra ricchi e imprenditori, il modello Musk non è egemone: ci sono ancora tra loro persone che credono in un ruolo sociale dei patrimoni e delle imprese. Così come nel ceto intellettuale europeo ci sono ancora persone capaci di pensare in modo diverso dal mainstream indotto/imposto dai Musk e dai Besos. Il domani è adesso, il bivio è davanti a noi; la pietra di paragone su cui confrontare le proposte politiche è l’Europa. E la scelta è tra chi la vuole unita, forte, indipendente, non condizionabile, non depredabile e chi sostiene che sia l’indipendenza dei singoli stati europei a dover prevalere sulla spinta unitaria. I secondi sono finanziati da quelli come Musk. Basta per capire da che parte stare?

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