di Domenico Oliva
Il silenzio su Gaza è assordante. Eppure, in quell’angolo di mondo, ogni giorno ci sono bambini sotto le macerie, famiglie distrutte, ospedali travolti dalla disperazione, persone alla ricerca di acqua, cibo e di un luogo sicuro dove sopravvivere. Eppure il mondo occidentale sembra incapace di trasformare l’indignazione in una vera iniziativa politica; guarda, discute, condanna ma poi, troppo spesso, tace. È questo silenzio che non si riesce ad accettare. Le immagini quotidiane mostrano una sofferenza che non è un’opinione e alla quale si rischia di diventare indifferenti. È una seconda Shoah? Sì, forse lo è e si può volutamente usare l’espressione “nuova Shoah”, non perché lo sterminio di sei milioni di ebrei si possa dimenticare ma perché nessuna tragedia può essere ignorata o sovrapposta; è proprio la memoria della Shoah che dovrebbe impedirci di assistere con indifferenza alla distruzione di una popolazione civile mentre due milioni di palestinesi vivono tra le macerie di Gaza, sistematicamente bombardata quartiere dopo quartiere. Elie Wiesel ci ha lasciato una frase che dovrebbe risuonare oggi con forza: «La neutralità aiuta l’oppressore, mai la vittima. Il silenzio aiuta il carnefice, mai il torturato». Hamas ha commesso crimini terribili e il terrorismo contro i civili deve essere condannato senza ambiguità così come Israele ha il diritto alla propria sicurezza; tuttavia nessuno di questi principi può trasformarsi nel diritto di colpire indiscriminatamente una popolazione inerme. Sul 7 ottobre emerge una domanda inquietante dopo un’inchiesta del quotidiano Haaretz secondo cui Netanyahu sarebbe stato avvertito, circa dieci giorni prima, dagli Emirati Arabi Uniti di una possibile operazione di Hamas. L’avvertimento non sarebbe stato comunicato ai servizi di sicurezza, ma Netanyahu ha smentito parlando di una menzogna totale. Se la ricostruzione fosse confermata, si sarebbe potuta evitare o limitare la tragedia. Un bambino israeliano e un bambino palestinese hanno lo stesso diritto alla vita e questa dovrebbe essere la base di qualunque politica realmente democratica. In tanti ci chiediamo dove sia finito l’Occidente che proclamava la centralità dei diritti umani e del diritto internazionale. L’Europa appare incapace di esprimere una posizione unitaria e di trasformare le dichiarazioni in una pressione politica adeguata all’emergenza umanitaria. È un’Europa di fronte alla sua contraddizione, per la guerra e per il riarmo le risorse si materializzano rapidamente, mentre per la pace sembra sempre senza strumenti. L’Unione europea, infatti, ha lanciato programmi per rafforzare la capacità militare; il piano SAFE mette a disposizione fino a 150 miliardi di euro per la difesa mentre il SIPRI ha registrato una crescita della spesa militare che racconta una trasformazione delle priorità del continente adducendo a giustificazione la minaccia russa, riguardo alla quale il professor Massimo Cacciari ha sostenuto che rischia di consentire ai governi di utilizzare aiuti di Stato a favore delle grandi industrie manifatturiere europee in difficoltà, aggiungendo che si agita il nemico per far passare questa strategia. Sono parole che pongono una questione ineludibile: quanto della corsa al riarmo risponde a una reale esigenza di sicurezza e quanto a interessi industriali ed economici? La Corte dei Conti Ue ha frenato affermando che sarà difficile conseguire la prontezza alla Difesa entro il 2030; sarebbe, quindi, irresponsabile considerare ogni aumento delle spese militari come inevitabile trasformando la paura in un’economia permanente della guerra. Deve emergere il pensiero socialista ponendoci domande su quante risorse destiniamo alla difesa e quante alla sanità e alla scuola; quanto per costruire condizioni economiche e diplomatiche che possano evitare guerre. Non si tratta di mettere sullo stesso piano Gaza e Ucraina, conflitti diversi con responsabilità diverse, bensì di chiedere all’Occidente coerenza; se il diritto internazionale vale in Ucraina, deve valere anche a Gaza e se la vita dei civili merita protezione in Europa deve meritarla anche in Medio Oriente. Come si condanna la Russia bisogna condannare Israele ricordando il grido di Martin Luther King «L’ingiustizia ovunque è una minaccia alla giustizia ovunque». È la lezione che abbiamo dimenticato limitando l’indignazione ai confini geografici, ripetiamo “mai più” ma quelle parole non possono significare soltanto mai più per noi, devono significare mai più per nessuno. Mai più bambini trasformati in numeri, famiglie cancellate, fame usata come strumento di guerra, mai più il silenzio come risposta all’orrore. Gaza è uno specchio nel quale l’Occidente deve guardarsi, un Occidente che rischia di perdere credibilità quando i diritti vengono applicati secondo convenienza; un’Europa che si prepara alla possibilità di una guerra sul proprio continente mentre non riesce a usare il proprio peso politico per fermare le guerre che stanno distruggendo vite umane. Attorno a Gaza ci sono gli equilibri con l’Iran, la sicurezza di Israele, il ruolo dell’Egitto, il Mar Rosso, le rotte commerciali, le forniture energetiche e la gestione delle risorse idriche mentre la politica internazionale continua a essere dominata dalla ragion di Stato e dagli interessi economici. Davanti a Gaza non si può tacere, serve un’Europa forte nella diplomazia e nella capacità di mediare prima che nella capacità di colpire. Il pensiero socialista non può accettare che la sicurezza venga ridotta alla quantità di armi possedute, serve una sinistra che non abbia paura di dirlo perché una sinistra che tace davanti alla sofferenza degli ultimi rinuncia alla propria ragione d’essere. La memoria senza responsabilità è soltanto commemorazione e il silenzio davanti alla morte degli innocenti non è neutralità, è una scelta politica.



