di Andrea Follini
Ciao Emma!, compagna di lotte
Ci sono persone che attraversano la politica e altre che, in qualche modo, attraversano un’epoca. Emma Bonino appartiene alla seconda categoria. Emma è stata molte cose, ma prima di tutto è stata una militante della libertà. Una politica che non ha mai considerato i diritti come concessioni dello Stato o come regali della maggioranza, bensì come spazi di autonomia della persona da difendere proprio quando diventano scomodi. La sua storia politica comincia negli anni Settanta, quando l’Italia era ancora un Paese profondamente segnato dal conformismo sociale, dall’influenza della Chiesa cattolica e da un ordinamento nel quale molte libertà che oggi sembrano elementari, semplicemente non esistevano. Ha saputo (e voluto fortemente) portare alla luce una realtà che l’Italia preferiva non vedere: l’aborto era vietato, ma esisteva; le donne abortivano, ma la legge le costringeva alla clandestinità, con conseguenze sociali e sanitarie che ricadevano soprattutto sulle più povere. La battaglia di Emma e dei radicali contribuì a trasformare quella contraddizione in una questione politica nazionale, fino alla legge 194 del 1978. Ma qui è necessario ricordare una cosa che talvolta la memoria politica tende a dimenticare: quella stagione non fu soltanto radicale. Fu anche socialista. Il Partito Socialista Italiano aveva già presentato, nel 1973, con Loris Fortuna, una proposta di legge per la regolamentazione dell’aborto. Fortuna era stato uno dei protagonisti della battaglia per il divorzio e il Psi fu, insieme ai radicali e alle altre forze laiche, uno dei pilastri di quella trasformazione civile che negli anni Settanta avrebbe cambiato definitivamente l’Italia. È proprio questo il filo che lega Emma Bonino alla storia del socialismo italiano: la convinzione che la libertà individuale non sia una questione privata, ma una grande questione politica. Divorzio, aborto, autodeterminazione, emancipazione femminile, laicità dello Stato, obiezione di coscienza, diritti delle minoranze: su molti di questi terreni radicali e socialisti si sono trovati dalla stessa parte della barricata, pur provenendo da culture politiche differenti. Il referendum sul divorzio del 1974 aveva già rappresentato una frattura storica. Il fronte laico, nel quale socialisti e radicali ebbero un ruolo centrale, si oppose al tentativo di cancellare la legge Fortuna-Baslini. Con la vittoria del “No” si è segnata una svolta: l’Italia scopre di essere diventata più moderna delle proprie classi dirigenti e, soprattutto, più libera di quanto una parte della politica e dell’establishment cattolico fosse disposta ad ammettere. Emma è stata figlia e protagonista di quella stagione. Nel 1976, a soli 28 anni, viene eletta alla Camera con il Partito Radicale. Da allora il suo nome sarebbe rimasto legato a una politica fatta spesso di gesti estremi, referendum, scioperi della fame, campagne internazionali e battaglie apparentemente minoritarie destinate, talvolta, a diventare patrimonio comune. Il suo radicalismo non è stato però mai soltanto una collezione di battaglie sui diritti individuali. Emma ha portato quella stessa idea di libertà sulla scena internazionale: contro la pena di morte, contro la fame nel mondo, contro le mutilazioni genitali femminili, a difesa delle donne afghane, per i diritti umani e per una maggiore integrazione europea. Da commissaria europea si è occupata di aiuti umanitari, consumatori e pesca; da ministra degli Esteri ha rappresentato un’Italia europeista e fortemente impegnata sui dossier internazionali. Il tratto più originale della sua politica è forse proprio questo: non ha mai separato la libertà personale dalla libertà dei popoli. La stessa donna che aveva combattuto perché una donna italiana potesse decidere sul proprio corpo si batteva per le donne afghane, per i dissidenti, per chi era vittima della pena di morte, per chi fuggiva da guerre e persecuzioni. Naturalmente, la sua storia non è priva di contraddizioni. Emma non è stata mai una politica facilmente classificabile. Ha avuto rapporti diversi con schieramenti politici differenti, sostenendo governi e maggioranze senza identificarsi stabilmente con essi, pagando spesso il prezzo elettorale della sua intransigenza. Ma proprio questa indipendenza ha rappresentato uno dei tratti distintivi della sua figura. E c’è un altro capitolo nel quale la sua storia torna a incrociare direttamente quella socialista: la nascita, nel 2006, della Rosa nel Pugno, l’alleanza fra Radicali Italiani e Socialisti Democratici Italiani. Fu un tentativo politico ambizioso: riunire la tradizione socialista dei diritti sociali e del lavoro con quella radicale delle libertà civili, costruendo un soggetto capace di tenere insieme laicità, socialismo liberale, europeismo e diritti individuali. L’esperimento ebbe un risultato elettorale modesto, ma ha rappresentato una grande prova di contaminazione fra due culture che, negli anni Settanta, avevano combattuto molte battaglie comuni. Forse è proprio questa la parte dell’eredità di Emma Bonino che merita oggi di essere recuperata. Non soltanto il mito della donna coraggiosa, della militante infaticabile, della politica capace di dire ciò che altri non osavano dire. Ma l’idea che le libertà civili siano una componente essenziale della sinistra democratica. Perché la lezione della sua generazione è che i diritti non arrivano mai da soli. Prima che diventino leggi, sono spesso minoranze, proteste, disobbedienze, referendum, persone che scelgono di esporsi. E dopo che sono diventati legge, non sono necessariamente al sicuro. Emma lo aveva compreso molto bene. Nel 2024 aveva ricordato di aver combattuto tutta la vita per i diritti, avvertendo che occorre difenderli perché “non durano per sempre”. È forse questo il modo più giusto per salutarla. Non santificarla, perché Emma avrebbe probabilmente detestato ogni forma di santificazione politica. E nemmeno trasformarla semplicemente in un’icona del passato. Piuttosto riconoscere che molte delle libertà che oggi consideriamo normali sono figlie di battaglie che, quando furono combattute, normali non erano affatto. Emma ci lascia dunque una domanda, prima ancora che un’eredità: siamo ancora capaci di difendere i diritti quando difenderli costa? È una domanda che riguarda i radicali, certamente. Ma riguarda anche i socialisti, che con quella stagione di emancipazione condivisero alcune delle battaglie decisive della Repubblica. E riguarda, più in generale, una sinistra che rischia di dimenticare che la libertà individuale, l’autodeterminazione e la dignità della persona non sono capitoli accessori di un programma politico. Sono il programma. La morte di Emma Bonino non è quindi soltanto la fine di una vita di battaglie. È la fine di una presenza che, per oltre cinquant’anni, ha ricordato alla politica italiana una verità elementare e insieme difficile: quando lo Stato pretende di decidere tutto sulla vita delle persone, la politica deve sapere da che parte stare. E noi, con lei, lo ribadiamo: dalla parte della libertà.



