di Francesco Di Lorenzi
La tragedia della famiglia di Pietralata, costretta al suicidio collettivo di fronte ad un peso insostenibile fatto di solitudine, debiti, speranze disilluse, assenze, ci interroga sulla capacità del nostro stato sociale di “curare” le nuove fragilità, i nuovi bisogni, in una società che cambia a ritmi ben più veloci rispetto ai tempi compassati della nostra politica e della sua capacità di dare risposte immediate ed adeguate. È il caso delle famiglie con disabili e dell’impossibilità di sostenere i tempi, i costi e la fatica fisica e mentale che richiedono la cura quotidiana dei propri cari malati con i ritmi folli di un mondo dove, spesso, neanche due stipendi a tempo pieno sono sufficienti a sostenere i propri famigliari e a vivere un’esistenza dignitosa. Vite che vengono strangolate nel circuito infinito del lavoro-cura-lavoro e che molte volte non resistono alla pressione, alla mancanza di alternative, alla distanza di stato ed enti preposti. Per questo, da socialisti, occorre agire con forza per fare in modo che la più grande conquista del Novecento, lo stato sociale, costruito e plasmato in decenni di lotte, conquiste e battaglie politiche, si adegui alle gigantesche trasformazioni in atto nella società italiana ed occidentale, per non lasciare indietro i nuovi ultimi del ventunesimo secolo, che non sono più i bambini senza istruzione o gli anziati privi di ospedali ed assistenza sanitaria bensì, sempre più frequentemente, le famiglie lasciate sole. Ed usiamo volutamente il plurale perché non stiamo parlando della mitologica famiglia tradizionale composta da numerosi figli e parenti, vagheggiata dalle destre nella propria propaganda ma, molto più concretamente, delle nuove forme di famiglia che si affermano nella nostra società e che la politica finge di non vedere. Famiglie con disabili abbiamo detto, ma anche famiglie che mettono al mondo figli sempre più tardi e che, per ragioni anagrafiche, sono prive di quello “stato sociale” fatto in casa costituito da nonni e nonne, costrette a dimenarsi per gli interminabili tre mesi estivi tra ferie non concesse, datori di lavoro ostili, campi scuola dai costi esorbitanti, stritolate da un ingranaggio infernale che vede, anche in questo caso, lo stato lontano e disinteressato. Noi dobbiamo dare risposte a questi nuovi bisogni perché il “villaggio” in cui crescevano i nostri figli fino a qualche decennio fa, fatto di cure ed accudimento allargato, è completamente scomparso, sostituito dall’assordante solitudine delle nostre città e dei suoi nuclei famigliari a figlio unico (quando presenti). Occorre che gli enti locali insieme alle associazioni ed al mondo delle cooperative sociali e dell’assistenza, si uniscano e discutano di un nuovo patto a favore delle famiglie in difficoltà, in particolare tra i molti nuclei a basso reddito, e la politica non può rimanere una spettatrice passiva. Non è un caso che dove questa “rete” funziona, come per esempio nella provincia autonoma di Bolzano, dove esiste una fitta trama di sostegni pubblici e privati a sostegno dei genitori, si registra il tasso di fecondità più alto a livello nazionale, a dimostrazione che un progetto di vita famigliare si costruisce con una società orientata all’accoglienza, al sostegno e alla cura e non individuando il nemico o il diverso di turno. E per questo alle chiacchiere vuote di Meloni e soci sul tema opponiamo il sano pragmatismo dell’amministrazione regionale emiliana che ha permesso la riapertura delle scuole a fine agosto con la seguente motivazione: “niente lezioni, solo attività ricreative per aiutare le famiglie. L’obiettivo è garantire ai genitori che rientrano a lavoro un luogo sicuro dove lasciare i propri figli”. O della giunta di centro sinistra di Vicenza che grazie ad un investimento importante per la creazione di duecento nuovi posti nido, ha azzerato le liste di attesa e sarà la prima città italiana sopra i centomila abitanti ad avere le rette degli asili nidi comunali completamente gratuite per tutti. Così come nella famiglia socialista europea si inizia a parlare concretamente di un reddito di “cura”, destinato a chi si occupa di famigliari affetti da grave disabilità. Questi sono semplici esempi di risposte concrete da dare alle famiglie italiane, per non lasciare indietro nessuno e per combattere il male oscuro della solitudine e del senso di abbandono. Come socialisti nasciamo politicamente dalle società di mutuo soccorso e dalle associazioni di uomini e donne impegnate nella difesa degli ultimi e delle famiglie lasciate ai margini della società. È nella nostra storia e fa parte del nostro dna; non commettiamo l’errore di lasciare questo tema fondamentale ai tweet propagandistici delle destre. Il futuro centro sinistra di governo riparta dalle risposte che troppe famiglie italiane aspettano da tempo, sarebbe davvero un segnale di autentico cambiamento politico e culturale.



