Meloni nel pantano della politica interna, mentre il Paese si ferma

di Stefano Amoroso

E ora la Meloni abbracci l’Europa”: così abbiamo intitolato un nostro articolo pubblicato lo scorso 18 aprile, all’indomani del clamoroso strappo con Trump ed il mondo Maga che pure, per diversi anni, aveva guardato al Governo Meloni con curiosità, interesse ed un certo compiacimento. Purtroppo, come recita il vecchio adagio, chi nasce tondo non può morire quadrato. E infatti la Meloni, nata sovranista e postfascista, ha delle forti remore ad abbracciare convintamente la causa europea, prima di tutto perché non crede nello spirito europeista: al massimo, per l’underdog della Garbatella, come ama definirsi la nostra Presidente del Consiglio, è concepibile gestire l’Europa in un quadro di alleanze intergovernative. Però, anche a prescindere dalla perduta amicizia con il Presidente statunitense, per la Meloni, da quando ha rovinosamente perso il referendum sulla giustizia, si è aperto un fronte interno che per anni non è esistito. Quindi ora le negatività si sommano ed il governo italiano appare oggettivamente indebolito a Bruxelles, proprio quando sarebbe necessario essere, ed apparire, più forti ed assertivi. A Bruxelles danno ormai per scontato che l’Italia sarà l’ultima, tra tutti i medi e grandi Paesi europei, nella crescita economica e dei salari, ed impossibilitata a rispettare sia gli impegni del Green Deal, sia quelli del riarmo europeo. Ma c’è di più, e peggio: se non cambierà qualcosa di sostanziale nelle prossime settimane, a causa della crisi energetica indotta dal conflitto in Iran e dal blocco dello Stretto di Hormuz, la crescita del Pil sarà dimezzata per l’anno in corso e sostanzialmente azzerata per l’anno prossimo. Mentre l’inflazione è prevista in forte crescita, ben oltre il 3%. In queste condizioni sarà oggettivamente difficile mantenere gli alti livelli occupazionali raggiunti negli ultimi anni, e quasi impossibile tenere sotto controllo i conti. Inoltre, il Governo italiano paga il fatto di essere stato per anni assente dai processi europei, tranne che su due dossier: migranti e norme ambientali. Il tempo ci dirà quanto sia stata produttiva e lungimirante questa strategia. Il tema di oggi, intanto, è che senza un intervento europeo per ridurre il costo dell’energia l’Italia rischia grosso. Di fronte alle numerose sfide che lo attendono, incalzato dall’opposizione ma soprattutto dagli eventi, senza più solidi amici all’estero, che si è inventata la Meloni? Il soccorso bianconero. Non ci riferiamo alla Juventus, ovviamente, ma alle liste civiche, sia centriste che di destra, che hanno aiutato il centrodestra a vincere la recente tornata di elezioni amministrative. I candidati di matrice civica hanno aiutato, al Nord come al Sud, a dare una parvenza di concretezza e capacità amministrativa al centrodestra in affanno. In altri territori, invece, è stato il soccorso nero, da parte della galassia neofascista e neonazista, che ha aiutato i candidati della maggioranza parlamentare ad intercettare il voto degli scontenti, dei perdenti, delle periferie e della borghesia spaventata. È tuttavia una strategia di corto respiro. Può aiutare a vincere le amministrative e forse anche le elezioni regionali in alcune zone d’Italia, ma ben difficilmente potrà condurre alla vittoria alle politiche una maggioranza che non ha risposte convincenti su economia, salari, welfare in crisi, guerre e tensioni internazionali e che, palesemente, manca di una strategia energetica di medio e lungo periodo. E per di più, se per caso l’Europa dovesse accettare l’idea di farci dare incentivi alle imprese energivore che utilizzano elettricità da fonti fossili, di allentare il meccanismo degli ETS che limita le emissioni inquinanti ed altre misure favorevoli alle fonti fossili e sfavorevoli all’ambiente, dove pensiamo di arrivare? Se anche dovesse aumentare il Pil, che ce ne faremmo di una modesta crescita, quando i morti e malati per inquinamento aumenteranno a dismisura, e con essi i costi economici e sociali da sostenere? E che faremo dinanzi ai crescenti disastri ambientali causati dagli sconvolgimenti climatici, a loro volta indotti dall’aumento dei gas serra? Forse alla Meloni servirebbe riprendere a girare per il Paese, ascoltare le istanze dei territori, tessere la tela del rapporto tra il suo esecutivo e le forze sociali, farsi umile e non vittima, lavorare sodo invece di spararle grosse, restare coi piedi per terra invece di fare voli pindarici che sono preludi di rovinose cadute. Ricucire il rapporto sia con il Paese profondo che con l’Europa consentirebbe alla Meloni di uscire dal pantano in cui è finita, dissanguata dalle sanguisughe della maggioranza e dei poteri forti, e poi presentarsi in Europa con un’identità ben precisa, con un’agenda coerente e proponendosi come partner affidabile. In fondo l’Europa, che già può contare su una sinistra ed un centro solidamente europeisti, ha bisogno anche di una destra altrettanto affidabile ed ancorata ai valori europei, pur senza rinunciare alla sua identità conservatrice. Forse chi nasce tondo può invecchiare quadrato. Che è sempre meglio di morire.

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