di Andrea Follini
Il nono Rapporto Gimbe, presentato lo scorso 7 ottobre a Roma presso la Sala della Regina della Camera dei Deputati, mette in evidenza ancora una volta che il diritto alla salute è ancora garantito dalla Costituzione, ma nella vita quotidiana rischia di diventare sempre meno uguale per tutti. Perché tra chi riesce a ottenere una visita in tempi ragionevoli e chi è costretto ad aspettare mesi, tra chi può rivolgersi a una struttura privata e chi deve rinunciare alle cure, la distanza si fa sempre più marcata. Quella di Gimbe è un’analisi che riporta al centro del dibattito pubblico una questione fondamentale: quale futuro può avere una sanità universalistica se l’accesso alle prestazioni dipende sempre più dal reddito e dal luogo di residenza? Il dato più significativo che emerge riguarda i 18,8 miliardi di euro di “tagli invisibili” accumulati tra il 2023 e il 2026. Non si tratta di una riduzione nominale del Fondo sanitario nazionale, che è anzi cresciuto da 125,4 miliardi nel 2022 a 142,9 miliardi nel 2026 ma il problema secondo Gimbe è che il finanziamento pubblico non ha mantenuto il rapporto con il prodotto interno lordo registrato nel 2022. In altre parole, le risorse sono aumentate sulla carta, ma non abbastanza rispetto alla ricchezza prodotta dal Paese e alle esigenze del sistema. Le prospettive non sono più rassicuranti. Per il triennio 2027-2029 si profila un divario di 32,3 miliardi tra finanziamento previsto e spesa sanitaria attesa. Senza un cambio di rotta, avverte la Fondazione, il peso rischia di trasferirsi sulle Regioni e, di conseguenza, sui cittadini: attraverso maggiori oneri fiscali, servizi ridotti o un ricorso crescente alla sanità privata. Il volto più concreto della crisi è rappresentato dalle persone che rinunciano alle prestazioni. Nel 2024 sono stati oltre 5,8 milioni gli italiani, pari al 9,9% della popolazione, che hanno dichiarato di aver rinunciato ad almeno una visita o a un esame. Nel 2023 la percentuale era del 7,6%. Le liste d’attesa e le difficoltà economiche diventano così due ostacoli che si alimentano a vicenda: chi non può aspettare cerca una soluzione a pagamento, mentre chi non può permettersela rischia di restare senza assistenza. A rendere più fragile il sistema è anche la crisi del personale sanitario. Secondo il rapporto, un medico su quattro e un infermiere su cinque lavorano al di fuori del Servizio sanitario nazionale. Rispetto a uno scenario che avesse mantenuto costante la quota di spesa per il personale del 2012, Gimbe stima inoltre una minore spesa cumulativa di 36,8 miliardi di euro. A pesare sono la difficoltà di trattenere i professionisti nel settore pubblico, le condizioni di lavoro e la concorrenza di altre opportunità occupazionali. La carenza di operatori si riflette anche nell’assistenza territoriale: all’inizio del 2025 mancavano, secondo le stime riportate, oltre 5.700 medici di medicina generale e quasi 500 pediatri di libera scelta. Senza personale adeguato, anche gli investimenti in strutture e tecnologie rischiano di non tradursi in servizi effettivamente accessibili. Non di poco conto anche la dimensione evidenziata delle differenze regionali. La mobilità sanitaria costringe molti cittadini a spostarsi per ottenere prestazioni non disponibili, o non tempestivamente disponibili, nel proprio territorio. Il risultato è un sistema nel quale la residenza può determinare opportunità di cura profondamente diverse, nonostante il principio dell’universalità del servizio sanitario. Anche il Pnrr rappresenta un passaggio decisivo del rapporto. Il raggiungimento degli obiettivi amministrativi, sottolinea Gimbe, non basta a dimostrare che le nuove strutture e i servizi abbiano migliorato concretamente l’assistenza. Occorrerà verificare che siano operativi, dotati di personale e capaci di produrre risultati misurabili per i pazienti. La Fondazione propone per questo un piano di rilancio articolato in sedici linee di intervento, che comprende il finanziamento pubblico, la valorizzazione del personale, il potenziamento della medicina territoriale, la riduzione delle disuguaglianze e una migliore integrazione tra pubblico e privato. Il rapporto Gimbe consegna infine alla politica una responsabilità precisa: scegliere se investire sulla sanità come bene comune oppure lasciare che le difficoltà economiche e organizzative allarghino ulteriormente le disuguaglianze. Perché una visita medica non dovrebbe dipendere dal reddito di una famiglia, così come la possibilità di curarsi non dovrebbe cambiare attraversando un confine regionale. È su questa promessa, prima ancora che sui bilanci, che si misura la salute del Servizio Sanitario Nazionale.



