Intervista a Fulvio Abbate: «La destra è clientelare, a sinistra “l’amichettismo”. Gli intellettuali subalterni alla politica»

di Giada Fazzalari

La Treccani ha inserito il sostantivo “amichettismo” nel Libro dell’Anno 2024 che registra le più interessanti novità linguistiche legate all’evoluzione sociale, dei costumi e delle mode. Il “padre” di questo neologismo è Fulvio Abbate, scrittore, intellettuale di sinistra, ma non tra quelli che lui definisce “radical chic”, della “Gauche caviar” – sinistra al caviale – che è anche il titolo di uno dei suoi ultimi libri. Fulvio Abbate, scrittore dal linguaggio tagliente e l’atteggiamento irriverente specie nei confronti del conformismo culturale imperante, sostiene che a destra ci sia clientelismo e nepotismo, condito di una povertà culturale lampante, a sinistra, appunto, amichettismo. Tra la sua ampia produzione letteraria si contano due libri scritti a quattro mani con Bobo Craxi, l’ultimo un poliziesco “I misteri di Monti Parioli”, Capitano Sicuro editore.

Hai sostenuto che non ci sia mai stato, da quando hai memoria, un tempo più miserabile di quello attuale, a cominciare dalle guerre. E hai denunciato a più riprese la difesa identitaria di Israele di alcuni, di fronte ai crimini contro l’umanità che continuano a Gaza.

«La condotta dell’Idf è assolutamente criminale. Il dato più paradossale è che lo si voglia smentire. I palestinesi, al di là del 7 ottobre che nessuno giustifica, sono ritenuti immondizia umana; stanno schiacciando una popolazione, e questo non è accettabile. E poi c’è questa ostentazione identitaria sia della destra israeliana, sia di molti ebrei della diaspora, e penso agli ebrei italiani, che è irricevibile dal punto di vista del semplice rispetto della persona e della sua dignità».

Secondo te perché tutto in Italia si traduce in ring? Perché, ad esempio, chi denuncia la strage a Gaza spesso è considerato antisemita?

«C’è una continua polarizzazione dello scontro. E però trovo inaccettabile che si possa attribuire a me un presunto antisemitismo, per la sola ragione che trovo criminale quello che sta facendo l’esercito israeliano a Gaza, perché è il dato principale di questo sterminio sistematico che non può essere confutato. Accade però che qualunque cosa tu dica viene ribaltato con accuse infamanti in modo spesso squadristico. Si vuole ridurre tutto al silenzio per consentire all’esercito israeliano di completare una pulizia etnica, con l’alibi di ciò che è avvenuto il 7 ottobre. Mi riferisco ai social dove a me accade spesso di commentare».

A tuo avviso che posizione hanno assunto le forze politiche, di governo come di opposizione, dal 7 ottobre in poi?

«C’è stata una denuncia immediata, dopodiché la risposta è assolutamente asimmetrica. Per subalternità nei confronti degli Stati Uniti il governo Meloni, nonostante sia erede di un partito che aveva come segretario un signore che scriveva sulla difesa della razza, inevitabilmente in modo servile deve seguire le direttive del principale alleato di Israele, cioè gli Stati Uniti. L’opposizione comincia a denunciare lo stato delle cose prendendosi gli sputi, le accuse di antisemitismo, di essere contigua ad Hamas. Assistere al fuoco di fila che viene fatto contro una figura come quella di Francesca Albanese mi sembra nel migliore dei casi incomprensibile».

Si tratta delle tifoserie da stadio…

«Se fai notare che l’Onu ha denunciato la condotta dell’Idf, ti viene detto che l’Onu è antisemita. Se fai notare che lo stesso è accaduto da parte dell’Unhcr, l’agenzia per i rifugiati, ti viene detto che l’Unhcr è infiltrata da antisemiti. Lo stesso vale ad esempio per Amnesty International. Torno a dire che i difensori senza se e senza ma della pulizia etnica pretendono il nostro silenzio e ti fanno venire voglia di usare in luogo di pulizia etnica o sterminio sistematico, la parola che ritengono debba essere proibita: “genocidio”».

Qualche volta hai parlato di “fascismo endemico”, riferendoti ad alcune delle forze politiche che ora sono al governo?

«Fratelli d’Italia viene da una tradizione neofascista e postfascista. La Lega, come ha raccontato bene in ‘Fascisteria’ Ugo Maria Tassinari, un libro straordinario, ha anche i suoi addentellati col neofascismo. Ma il fascismo è considerato un bene rifugio subculturale in molti strati di questo Paese, perché il fascismo è semplificazione, c’è un “sentire” fascista. La sinistra ha l’obbligo della complessità, deve dare risposte. Il sentire fascista ti consegna invece un istinto immediato, semplificato, che ti fa detestare gli immigrati, i gay, chiunque non risponda a un piccino ordine piccolo borghese infelice. D’altronde i fascisti che adesso stanno al governo, nei giorni del divorzio, delle grandi conquiste civili di questo Paese, dove stavano? Perfino quando è arrivato nelle sale Jesus Christ Superstar stavano davanti ai cinema con gli striscioni accusando quel musical d’essere blasfemo, quindi non hanno alcuna patente di legittimità culturale».

A proposito, la destra ha sempre denunciato una sorta di egemonia culturale della sinistra che ha orientato la società almeno nell’ultimo secolo…

«Esattamente, ma quando io ero ragazzo ed ero comunista, allora c’erano i fascisti e l’unica citazione con cui si presentavano era un libro intitolato “Navi e poltrone”, scritto da un ufficiale dell’aeronautica, Antonio Trizzino, nel quale si sosteneva che l’Italia ha perso la guerra perché dentro la marina c’erano le spie britanniche. Questo è l’unico riferimento culturale che io ricordi da parte loro».

Ma quindi con quali strumenti, quali intellettuali, quali basi credono di conquistare l’agognata egemonia culturale?

«Dio, Padre e Famiglia. La Meloni che diceva “io sono madre, sono cristiana”. Ma perché? Io non posso essere invece “rastafariano”? Insomma, un’angustia culturale notevole, assoluta».

Quindi non la conquisteranno?

«Adesso per conquistarla devi avere degli argomenti, dei valori e la società italiana è più avanti di tutti loro. Nonostante loro abbiano un grande argomento che è l’immigrazione. Loro costruiscono consenso indicando nell’immigrato, nell’uomo nero, una minaccia. Il diverso, insomma. Poi ovviamente, siccome sono degli analfabeti, tutto questo lo estendono anche al mondo Lgbt. Tant’è vero che plaudono Orbàn che ritiene illegale il Pride a Budapest, lo difendono. Perché sono degli analfabeti civili».

Hai coniato il neologismo “amichettismo”. C’è anche a destra o solo a sinistra?

«A destra ci sta lo storico clientelismo e nepotismo, l’amichettismo appartiene solo ed esclusivamente alla sinistra. Quando io parlo di amichettismo, mi riferisco al modo in cui la sinistra, anche rispetto a persone che appartengono alla sinistra stessa, ha messo in atto un sistema di controllo, che è la negazione della democrazia, di istituzioni culturali, case editrici, premi letterari».

Perché questo avviene?

«Avviene perché un signore che si chiama Walter Veltroni ha parlato di vocazione maggioritaria. Ora tu puoi chiederlo ad un assessore di lavorare alla costruzione del consenso, ma non puoi chiederlo ad uno scrittore, ad un intellettuale. E invece il ceto intellettuale e lo stesso mondo degli scrittori di questo Paese hanno scelto di avere in cambio di qualcosa un atteggiamento subalterno, rinunciando alla propria individualità».

 Si potrebbe osservare che il ceto intellettuale, in alcune stagioni del ’900, è stato fondamentale per la costruzione del consenso. Ma non del voto, ma per la costruzione del consenso di un pensiero politico, di un’elaborazione del pensiero politico. Penso a Bobbio, Sciascia, che si sono persino seduti tra i banchi del Parlamento…

«Tutti gli scrittori che hanno fatto esperienze parlamentari le hanno trovate desolanti e li hanno impoveriti».

Ma tu pensi che ci sia stato un divorzio tra la cultura e la politica?

«Siamo passati da Pier Paolo Pasolini a Corrado Augias. Non penso che ci sia molto da aggiungere in questo senso».

Una curiosità: ma com’è che è venuto a te, a Bobo, di scrivere un libro poliziesco?

«Perché siamo totalmente irrilevanti. E allora abbiamo dalla nostra la forza della marginalità. E quindi ci possiamo concedere sia di scrivere un pamphlet sull’accusa che principalmente viene fatta alla sinistra, cioè di essere radical chic, sia di scrivere un romanzo poliziesco. Questa è la ragione e siamo felici di averlo fatto. E anche la disattenzione rispetto a questo nostro lavoro diventa un premio perché chi mostra attenzione significa che lo fa per un interesse reale e non perché deve farlo perché noi abbiamo potere».

Una volta sarebbe stato diverso?

«Ogni tanto dico a Bobo: “Se ci fosse vivo tuo padre verrebbero a farci i p…».

 

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