di Lorenzo Cinquepalmi
Sono probabilmente molti coloro che non riescono a ripulirsi gli occhi e il pensiero dall’immagine del soldato dell’esercito d’Israele che colpisce con una mazza la testa di una statua di Gesù crocefisso dopo averla strappata dalla croce in un villaggio cristiano del sud del Libano. La profanazione è un atto che va molto oltre la dimensione religiosa della cosa profanata: è una ferita all’umanità stessa, uno sfregio all’equilibrio di valori che, per quanto imperfetto e tante volte violato, ha presieduto al progresso delle comunità umane. Non condannare la profanazione, non impedirla, non esecrarla, volgere lo sguardo da chi la perpetra o, peggio, ammiccarvi, significa non solo insultare il credo di chi subisce il sacrilegio ma soprattutto tradire la religione civile universale della libertà, che ha nella libertà di fede uno dei suoi quattro pilastri. Avere saputo, nei giorni scorsi, che coloni israeliani hanno profanato con la ruspa la tomba appena ricoperta di un nonno arabo di 80 anni appena sepolto dai figli e dai nipoti, getta sale sulla ferita, anche perché quei coloni agivano indisturbati sotto lo sguardo di soldati israeliani presenti e indifferenti, proprio come indifferente era la polizia della Germania non ancora nazista di fronte ai soprusi delle S. A. nei confronti dei cittadini tedeschi di sangue ebraico. L’immagine dei figli e dei nipoti che sottraggono il corpo del nonno avvolto nel sudario dallo scempio dei coloni, proprio come quella del soldato che infierisce con la mazza sul crocefisso, per chi ama Israele e la lunga storia della sua nascita e della sua sopravvivenza, è una dolorosa delusione. In tanti abbiamo creduto con convinzione che ciò che il popolo ebraico ha subito nei secoli, fino all’abisso della Shoà, costituisse un vaccino contro il male, capace di fare di Israele il paese più giusto e tollerante del mondo. La dichiarazione di indipendenza letta da Ben Gurion nel 1948 lo confermava: i padri dello stato di Israele hanno impegnato tutti i suoi cittadini a costruirlo “sulla libertà, sulla giustizia e sulla pace”, assicurando “completa uguaglianza di diritti sociali e politici a tutti i suoi abitanti senza distinzione di religione, razza o sesso”, garantendo “libertà di religione, di coscienza, di lingua, di istruzione e di cultura”, e preservando “i luoghi santi di tutte le religioni”. Quello stesso atto fondativo tendeva la mano agli arabi di Palestina e a tutti i popoli del Medio Oriente. Un coraggioso manipolo di fratelli ebrei costruì una democrazia compiuta a difesa della quale pose un esercito di popolo, vero crogiolo della coscienza civile e nazionale di Israele, garante del principio di eguaglianza con il potente esempio costituito dal fatto che tutti i cittadini, di ogni età, sesso, condizione e provenienza, vi prestavano servizio e in esso si fondevano in unico popolo. In quell’esercito le profanazioni di cui siamo oggi testimoni, col loro significato di profonda disumanità, non sarebbero mai state possibili. Ma Tsahal oggi non è più quell’ideale di eguaglianza e fraternità di qualche generazione fa. Le esenzioni dalla coscrizione, soprattutto agli ebrei ultraortodossi, passati dai 400 del 1948 agli 80.000 di oggi, ha privato l’esercito del suo ideale fondativo di universalità e di eguaglianza, infettandolo col vizio di tutti gli eserciti senza ideale, trasformandone i ranghi tante volte eroici in soldataglia, capace delle atrocità di tutte le soldataglie. E se la spina dorsale di una società si indebolisce, tutta la società si indebolisce. Così oggi, mentre il governo Netanyahu legittima e fa commettere atrocità inconcepibili a Gaza, nei territori occupati di Cisgiordania, nel sud del Libano, reprime la libertà di stampa e fa strame dei diritti civili, solo una parte della società civile si ribella in nome dei principi della dichiarazione di indipendenza del 1948. Il voto politico per l’elezione dei deputati alla Knesset, fissato alla scadenza naturale della fine di ottobre di quest’anno, sarà con tutta probabilità anticipato a causa della crisi politica innescata dai partiti ultraortodossi di estrema destra proprio sul tema dell’esenzione dalla coscrizione militare degli heredim studenti delle yeshivah. E proprio questo tema pare essere un punto di innesco per un cambio degli equilibri nella società civile israeliana: nel 2024 l’Alta Corte di Israele, con voto unanime dei suoi giudici, ha dichiarato che l’esenzione degli heredim dal servizio militare è contraria alle leggi e ai principi costituzionali dello stato. Oggi, il 70% dei cittadini israeliani condivide questo giudizio ed è contraria al fatto che gli studenti ultra-ortodossi non servano nell’esercito: una maggioranza ampia e trasversale contraria al ricatto permanente della destra integralista, ormai sempre più identificata come il principale ostacolo alla pace con gli arabi. Ed è proprio nella costituzione morale di Israele, in quella dichiarazione di indipendenza del 1948, nella mano tesa agli arabi elettori, che sta la chiave della svolta che i cittadini possono imprimere alla politica del loro paese: i due partiti arabi possono portare alla Knesset cinque deputati ciascuno. Saperli coinvolgere, sostanzialmente e non strumentalmente, è ciò da cui dipende il futuro del sogno sionista. Un sogno di libertà e giustizia sociale che non si può non condividere e da cui, sia chiaro, dipendono anche pace e benessere per il popolo palestinese.



