di Lorenzo Cinquepalmi
Il 5 febbraio il Consiglio dei ministri ha approvato l’ennesimo decreto-legge, accompagnato da un disegno di legge, contenente misure per rendere più severo il controllo sulla sicurezza pubblica. I due provvedimenti, ancora una volta definiti “pacchetto sicurezza”, sono arrivati dopo un confronto, pare anche ruvido, con la Presidenza della Repubblica, in punto di costituzionalità di alcune delle norme in essi contenute, in particolare il cosiddetto scudo penale per gli appartenenti ai corpi di polizia per le condotte da essi tenute in servizio. Meloni e soci proseguono nel loro consolidato costume, che fa propaganda politica emettendo, periodicamente, dei provvedimenti normativi in materia di ordine pubblico, di prevenzione-repressione dei reati, di militarizzazione della vita civile e sociale degli italiani. Hanno cominciato appena insediato il governo di destra, col “decreto anti-rave party”, seguito dal “decreto Cutro”; ancora a seguire, il decreto sulla deportazione degli stranieri irregolari in Albania, poi il “decreto Caivano”, fino al “decreto sicurezza” n. 80/2025. Tutti provvedimenti emessi all’inseguimento del caso di cronaca, tutti caratterizzati dal più isterico panpenalismo: moltiplicazione delle ipotesi di reato, inasprimento di pene, introduzione di provvedimenti amministrativi incidenti sulla libertà dei cittadini, ampliamento dei margini di discrezionalità e di impunità delle polizie. In tre anni sono state introdotte una sessantina di nuove ipotesi di reato, alla faccia sia della semplificazione che del principio della riserva di codice, che è quello per il quale tutte le norme di carattere penale dovrebbero essere contenute in un solo codice, per consentire al cittadino di non restare inghiottito in una giungla normativa in cui ci sono più reati che alberi. Come ogni avvocato sa, la raccolta delle leggi penali speciali, quelle che sono fuori dal codice penale, è un volume di spessore almeno triplo di quello del codice stesso. Assurdo, poi, che in un Paese che ha faticosamente introdotto il reato di tortura, anche solo si ipotizzi di prevedere forme di impunità, o anche solo di differenza di trattamento, per i comportamenti illeciti attribuibili a componenti delle varie polizie quando sono in attività di servizio. Quanto ai contenuti in concreto del provvedimento, una prima serie di norme cavalcano l’onda emotiva scatenata dagli episodi di violenza con uso di coltelli, soprattutto da parte di minorenni. Va detto che il porto abusivo di coltello è vietato e punito, da decenni, da ben tre leggi: il codice penale, il testo unico leggi di pubblica sicurezza, e la legge armi. Il divieto di vendita di armi ai minori è pura propaganda, perché la vendita di armi a chi non abbia l’autorizzazione per acquistarle è vietata da decenni, e l’autorizzazione non è rilasciabile a chi non sia maggiorenne. Anche le sanzioni ai genitori sono una duplicazione di quelle per l’omessa custodia di armi, esistenti da una vita. Quanto alle norme repressive in materia di ordine pubblico in occasione di manifestazioni di piazza, pure esse odorano, e forte, di propaganda. La perquisizione immediata è già prevista per il sospetto di detenzione di armi e comunque in flagranza di reato; sono circostanze che pacificamente ricorrono in tutti gli scontri di piazza. Quello, poi, che veramente puzza di incostituzionalità, è il possibile utilizzo delle norme in via preventiva: perquisizioni e fermi di polizia prima delle manifestazioni, istituzione di zone rosse prefettizie, ecc. Su questo non si potrà non fare un’opposizione ferma e argomentata, in ogni sede, a partire da quella giudiziaria, perché consentono attività poliziesche e repressive chiaramente al di fuori del perimetro della costituzionalità. Lunare, poi, la norma sulla “annotazione preliminare” in luogo dell’iscrizione nel registro degli indagati, per gli agenti coinvolti in reati commessi in servizio, giustificata con la foglia di fico della sussistenza di evidenti cause di giustificazione. Il decreto, in spregio dell’art. 3 della Costituzione, crea una categoria differenziata di indagato: l’agente di polizia che ha tenuto una condotta astrattamente illecita, ma che viene sottratto al procedimento ordinario di accertamento della giustificabilità del suo agire. Quello che lascia sconcertati è la mancanza di cultura dei diritti, sostituita con la visione autoritativa del potere. Questo mentre non si investe un soldo sugli organici e sulle dotazioni delle forze di polizia. L’ennesimo decreto sicurezza rende evidente il fallimento dei precedenti: il ripetersi, con cadenza meno che annuale, dell’adozione di “armi fine di mundo” dovrebbe far capire a tutti che Meloni e soci non hanno a cuore la sicurezza ma il consenso, e lo inseguono spasmodicamente coprendo ogni evento, qualche volta anche abilmente provocato, con provvedimenti teatro, privi di concreta efficacia nei confronti dei fenomeni da contrastare, ma utilissimi a grattare la pancia all’elettorato benpensante e per reprimere il dissenso di base.



