Ricordare cosa significa “secondo coscienza”

di Lorenzo Cinquepalmi

Abbiamo lottato per la separazione tra le carriere dei magistrati perché volevamo preservare l’indipendenza dei giudici, in quel caso dai pubblici ministeri. Oggi come ieri crediamo che l’indipendenza del giudice da qualsiasi forma di condizionamento sia un valore assoluto per chi crede nella libertà e riconosce nel giudice terzo e indipendente la garanzia della libertà di tutti. A Torino un uomo è stato arrestato per avere palpeggiato una ragazzina di tredici anni, toccandole i seni. È un atto che merita di essere punito con la severità che la legge prevede per questi comportamenti. Subito dopo l’arresto, un giudice ne ha valutato la posizione come accusato, tratto in arresto per un reato odioso, oggettivamente grave nella sua configurazione astratta; ha potuto valutare tutti gli elementi della vicenda e della personalità del reo. E infine ha deciso che non era necessario che egli attendesse il processo da carcerato. Il reato è odioso e astrattamente grave, di quelli che suscitano, comprensibilmente, una vasta reazione emotiva. La pena che l’accusato merita la stabilirà, appunto, il processo, ma la carcerazione preventiva non è, e non deve essere, un anticipo di pena; un accusato deve essere privato della libertà solo quando c’è il pericolo che scappi, o che alteri le prove, magari spaventando testimoni, o, ancora, e principalmente, che generi il fondato timore, per le modalità di consumazione del reato e per il suo comportamento in generale, di commettere altri reati della stessa specie. Queste valutazioni sono uno degli snodi essenziali in cui deve concretizzarsi la sensibilità del giudice, e in cui, correlativamente, deve essere assicurata la sua piena indipendenza da qualsiasi condizionamento: dall’accusa, da altri giudici, dall’opinione pubblica, dalla stampa, dalla politica. Ecco perché ci preoccupa se il giudice di Torino, che nessuno ha motivo di pensare che abbia agito con leggerezza, viene fatto bersaglio degli attacchi più disparati. Certo, il pubblico ministero quando impugna la decisione di non tenere in carcere un incensurato, che ha confessato e ha dato segni di pentimento ritenuti credibili dal giudice, esercita una sua facoltà. Ma se l’esercizio della facoltà è accompagnato dalle alte grida delle prefiche della forca, celate dietro le vesti di ministri della giustizia, presidenti del consiglio, parlamentari, editorialisti, militanti dei diritti selettivi, e leoni da tastiera, allora il pericolo per il principio dell’indipendenza è grave e imminente. Perché il giudice è chiamato a giudicare l’uomo, non il feticcio delle fattispecie astratte dei reati. E per quanto odiosa possa essere una tipologia di reato, il compito del giudice è quello di valutare in concreto il meccanismo della volontà che ha determinato una persona a commetterlo, le spinte che lo hanno mosso, le modalità che ha scelto, il limite fino al quale è potuto arrivare e, infine, la sua presa di coscienza del dolore che ha causato, la sincerità del suo pentimento. Tutte queste cose le può fare una persona sola, alla quale la legge ha dato questo compito; le può fare solo facendo propri, con la massima onestà intellettuale e la maggiore oggettività possibile, tutti gli elementi della vicenda che è chiamato a esaminare. E noi, tutti noi, abbiamo il dovere, e in fondo anche l’assoluto interesse, che faccia questa valutazione con l’animo, la mente e il cuore sgombri da ogni pregiudizio, da ogni timore, da ogni influenza. Il nostro sistema giudiziario si regge sul principio del “libero convincimento” del giudice. Egli deve poter valutare i fatti secondo il suo prudente apprezzamento, senza vincoli di valore predefiniti dalla legge, e senza suggestioni ambientali. E deve godere della fiducia dei cittadini; noi, consapevoli dell’importanza di questo legame fiduciario tra cittadino e giudice, abbiamo fiducia nella sua figura e continuiamo a batterci per la sua assoluta indipendenza. Questo impegno civile non è un atto di fede: come vediamo gli innumerevoli tentativi di condizionare chi giudica, per gli interessi più diversi, così vediamo anche quelle volte in cui quei tentativi riescono. Ogni tentativo riuscito di condizionare un giudice è una sconfitta della libertà e del diritto. Ogni tentativo, tanto più se evidente e pubblico, che invece viene scongiurato, rappresenta un passo avanti verso una giustizia più giusta, ed è un esempio per tutti. Ecco perchè ci spaventano gli “indignati” che si indignano senza conoscere il caso concreto, i ministri della giustizia che prendono iniziative ispettive a fronte di attività giurisdizionale insindacabile se non nella stessa sede giurisdizionale, e tutti coloro che insultano la giudice, che scrivono sulla serranda del negozio dove lavora l’accusato, che minacciano e augurano il male: loro si, portatori di una personalità dalla quale la collettività deve difendersi. E se anche la presidente del consiglio dei ministri Meloni non sa trattenersi dall’approfittare dell’occasione e dice la sua come un Vannacci qualsiasi, allora è chiaro che il senso delle istituzioni nel nostro paese è completamente travolto dalla ricerca del tornaconto mediatico e sondaggistico. Ma noi siamo dei garantisti testardi, e ci fidiamo dei giudici, sapendo che la prima condizione perché svolgano bene il loro prezioso compito è che non debbano temere di agire secondo coscienza.

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