di Stefano Amoroso
Una legge elettorale nata per blindare il ruolo del capo della coalizione vincente e dotarlo, nei fatti, di un potere che travalica quello che gli assegna la Costituzione, può tramutarsi nel suo contrario, cioè in una legge che indebolisce ruolo e poteri dei candidati al ruolo di Presidente del Consiglio? E la tanto decantata stabilità politica delle maggioranze parlamentari, diventata un vero e proprio culto per alcuni, può essere scossa fin nelle fondamenta da una legge elettorale pasticciata? È quello che si stanno chiedendo in molti in queste ore, dentro e fuori la maggioranza che, con ostinazione e senza alcun dialogo vero con l’opposizione, sta portando avanti il suo progetto di riforma della legge elettorale. Una legge che era e resterà profondamente proporzionale e con una soglia di sbarramento abbastanza bassa, come era fin dall’inizio. E tuttavia, avendo perso per strada le preferenze e volendo istituzionalizzare il ballottaggio di coalizione, nel caso che nessuna coalizione superi il 40%, per assegnare il premio di maggioranza, è profondamente e radicalmente mutata rispetto alla versione originaria. Andiamo con ordine. Il Governo Meloni, che ha da poco tagliato l’ambito traguardo di esecutivo più longevo della storia repubblicana, e che quindi non ha certo sofferto di grande instabilità, né ha subito particolari scossoni (le dimissioni dal Governo, che pure ci sono state, sono avvenute per motivi estranei all’attività dell’esecutivo o alle riforme proposte), subito prima dell’estate, ha presentato in Parlamento una proposta di riforma della legge elettorale che, chiudendo completamente la stagione maggioritaria iniziata all’indomani di Tangentopoli e del referendum di Mario Segni, era di tipo esclusivamente proporzionale. Inoltre, avendo una soglia di sbarramento abbastanza bassa (il 3%) e non obbligando le forze a coalizzarsi, lasciava spazio anche a chi, come Azione di Calenda o Futuro Nazionale di Vannacci, ha la forza per arrivare da solo in Parlamento, ma non è abbastanza forte da costituire una minaccia per i due principali poli. Il sistema politico, dunque, sarebbe rimasto di tipo sostanzialmente bipolare, ma basato sul proporzionale puro e non sul maggioritario. Alla Camera, durante le votazioni sulla legge e gli emendamenti, ci fu il primo colpo di scena: un emendamento proposto da Forza Italia, che era contrario alle preferenze, passò. Poi, durante le ferie estive, nei quartier generali della maggioranza si è assistito con sgomento e preoccupazione all’avanzata di Futuro Nazionale nei sondaggi elettorali: prima il 3% del consenso, poi il 4%, successivamente il 5% ed ora quasi l’8%. Con queste percentuali e questa continua progressione nel consenso, ragionano al Governo, è difficile che il centrodestra riesca ad arrivare alla soglia minima del 42%, necessaria per accedere al premio di maggioranza della versione originaria. Premio che, peraltro, dopo le critiche ricevute da molti costituzionalisti, era necessario ridurre. Ecco che, quindi, Meloni ed i suoi hanno ideato la soluzione apparentemente perfetta: ballottaggio tra le due coalizioni più votate, nel caso in cui nessuna superi il 40%. La speranza non detta, ovviamente, è che sia una parte degli elettori di Azione, che la quasi totalità dei votanti per Futuro Nazionale, se messi di fronte alla scelta secca tra sinistra e destra, finiscano per scegliere quest’ultima. Peccato che, però, questa soluzione terrorizzi la Lega di Salvini: già precipitata sotto il 6% nei sondaggi, scavalcata da Futuro Nazionale e sempre meno rilevante, che fine farebbe nel caso di un accordo tra FdI, Forza Italia e Futuro Nazionale? Sicuramente l’ex partito di Bossi finirebbe ai margini della politica e delle decisioni che contano. E non sono solo i mal di pancia interni alla maggioranza a condizionare il futuro della riforma elettorale. Cosa accadrebbe, infatti, se le maggioranze di Camera e Senato fossero differenti? Il che vale sia nel caso di vittoria della stessa coalizione, ma con percentuali diverse, sia nell’ipotesi di un risultato completamente diverso tra le due Camere. Ce n’è abbastanza per far dire basta al segretario del Psi Enzo Maraio, che già nello scorso mese di febbraio aveva bollato come “porcheria” il progetto di riforma elettorale. Ed il centrosinistra, oltre a protestare animatamente, introduce anche diverse contromisure parlamentari e politiche. Tra queste la riproposizione delle preferenze, vecchia battaglia socialista, che erano state bocciate da Forza Italia, probabilmente preoccupata di soccombere in diversi collegi, perché oggettivamente i suoi candidati sono più deboli e meno attrattivi rispetto sia a quelli del Pd, che a quelli di FdI. Anche perché nel proporzionale, come sanno anche i bambini, ogni partito corre per sé e cerca di fare bottino pieno: quindi, senza preferenze, un partito come Forza Italia, che tutti i sondaggi danno sotto l’8%, è destinato a diventare marginale. Il modello di autoritarismo strisciante accarezzato dal centrodestra, insomma, provoca diversi mal di pancia innanzitutto all’interno della stessa coalizione. E rischia di allontanare dalla politica persone di talento, imprenditori, scienziati, letterati e personalità capaci di rappresentare un valore aggiunto per qualsiasi coalizione elettorale. Tutto sacrificato in nome della stabilità politica ad ogni costo; che poi, a conti fatti, rischia di non esserci.



