La sabbia che scotta i piedi al Governo E Bolkestein ancora al palo

di Alessandro Silvestri

Ai tempi della Prima Repubblica (anche se tecnicamente ci siamo sempre dentro) i mesi di luglio e agosto, erano dedicati ad una tregua politica, sana e corroborante non solo per partiti e gruppi parlamentari, ma anche e soprattutto per gli italiani che potevano godersi le meritate vacanze, senza il fastidioso ronzio quotidiano del frullatore politico in sottofondo. Una pausa ritemprante. Anzi per agevolare al meglio questa salutare prassi, spesso e volentieri gli stessi governi si dimettevano proditoriamente in prossimità di giugno, consentendo soltanto lo svolgersi degli affari correnti e dell’ordinaria amministrazione. I celeberrimi “governi balneari”. Quest’anno invece, e a proposito proprio di questioni balneari, la polemica politica e lo scontro istituzionale, anche all’interno dei perimetri di maggioranza e opposizione, si stanno adeguando alla canicola sahariana in arrivo. Una disputa causata dai continui rinvii del problema, al governo prossimo venturo. Attività praticata invero da tutti quelli succedutisi fin dal 2006, allorquando il commissario europeo per il mercato interno Frederik Bolkestein, varò la direttiva 2006/123/CE, che regolava e imponeva la messa a gara delle concessioni demaniali, in fattispecie quelle dove gli spazi per l’esercizio dei servizi, fossero limitati dalla scarsità delle risorse naturali. Questo anche per le concessioni rilasciate prima del 2009. Una vera e propria ghigliottina su un settore trainante del turismo italiano che nei dati ufficiali dichiara sessantamila addetti operanti nei circa settemila stabilimenti balneari, ma a occhio e croce, includendo anche i bar e i ristoranti in spiaggia, bisogna almeno raddoppiare il dato. Ci sarebbe poi la faccenda della tutela ambientale, sollevata dall’attivista Coralba Bonazza, di Comacchio, che attraverso una petizione al Parlamento Ue, ha segnalato come le spiagge comprese nel decreto “Natura 2000” ovvero quelle interessate da tutele della biodiversità, non possono rientrare nell’applicazione della Bolkestein. Petizione accolta dall’assemblea di Strasburgo che a maggio ha demandato la questione alla Commissione che ha aperto una indagine ufficiale. Il classico granello di sabbia che inceppa il meccanismo? Molte sono le questioni da affrontare e risolvere, a cominciare dalle tariffe irrisorie applicate fino ad oggi alle aziende balneari e non solo, visto che c’è anche, ad esempio, la parte relativa alla cantieristica. 3.204,53 euro è la tariffa base di buona parte dei canoni, mentre ad esempio lo stabilimento Luna Rossa di Gaeta ne paga circa 11.000, il Bagno Azzurro di Rimini 6.700, il Twiga di Forte dei Marmi 17.619. Ma non è che strutture superlusso come il Cala di Volpe in Costa Smeralda, sborsino molto di più. Secondo i dati ministeriali gli introiti annui del settore sarebbero all’incirca di 103 milioni. Mentre secondo una stima recente della Corte dei Conti si parla di 93. Una cifra totalmente irrisoria considerato che ad esempio il Comune di Milano incassa per l’affitto della sola galleria Vittorio Emanuele, circa 60 milioni l’anno. lo scorso anno il Parlamento italiano ha ratificato il decreto “salva infrazioni” concordato dal Governo in carica con il vice presidente Ue Raffaele Fitto, per l’abbuono di quindici infrazioni in essere, e introducendo al contempo una proroga fino al 30 giugno 2027 ai comuni costieri, per indire le gare di assegnazione. Un dietro-front assai poco gradito dalla categoria abituata alle rassicurazioni di Meloni e Salvini ai bei tempi dell’opposizione e in campagna elettorale. Termine massimo fissato per l’attuale sistema, è il 31 marzo 2028, e mentre la Ue ha rigettato l’introduzione dei ristori per i concessionari uscenti, il Governo li ha reintrodotti ma a carico dei subentranti, con il calcolo degli investimenti non ancora ammortati. Poca cosa, a fronte del valore di avviamento commerciale che non viene preso in alcuna considerazione. Le nuove tariffe previste inoltre, parlano di un misero 10% di adeguamento dei canoni. È poco, è troppo? In Francia la Bolkestein è stata recepita da tempo, tant’è che come mostrato da Report nella puntata di domenica 13 luglio, il sindaco del piccolo comune di Ramatuelle sul la Costa Azzurra ad esempio ha rivoluzionato le concessioni, diminuendone il numero e radendo al suolo a spese pubbliche le installazioni preesistenti, lasciando così la spiaggia più famosa di Saint Tropez, a disposizione delle strutture dei nuovi concessionari. Ebbene nonostante la diminuzione di quattro stabilimenti, adesso il Comune percepisce introiti cinque volte maggiori rispetto a prima, compresa una percentuale sugli incassi. Facendo un paragone con i poco meno di 18.000 euro pagati dal Twiga, il bagno più famoso di Pampelonne, Le Club 55, spende oltre mezzo milione a stagione di concessione, mentre prima del 2017, “soltanto” 70.000. Insomma, nel rimpallo di direttive tra Bruxelles e Roma, emerge chiaramente quanto la categoria, nella maggior parte dei casi a conduzione familiare, si senta poco tutelata e in condizioni di non poter fare programmazioni per il futuro. Una spada di Damocle che pesa. Anche perché andrebbero tenuti di conto fattori umani come la fidelizzazione della clientela e le competenze professionali acquisite nel tempo. Rivedere le tariffe è indispensabile, acquisire la direttiva Bolkestein inderogabile, salvaguardare i diritti delle imprese e dei lavoratori balneari doveroso. La concorrenza è una bella cosa, ma anche la pelle delle persone che lavorano richiede la massima dignità politica.

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