Convenzione nazionale Psi – Relazione del Segretario nazionale, Enzo Maraio

Convenzione Nazionale Psi – ROMA, 27 Gennaio 2024
Relazione del Segretario, Vincenzo Maraio
 
INTRODUZIONE
Care compagne, cari compagni,
apriamo un appuntamento importante, con questa convezione nazionale, che ci proietta alle prossime decisive sfide elettorali per noi, per il Paese e soprattutto per l’Europa. 
L’anno che si è appena aperto sarà caratterizzato da appuntamenti decisivi: L’Economist ha definito il 2024 come “il più grande anno elettorale della storia”. Tra elezioni nazionali, comunitarie e locali, 76 Paesi andranno alle urne, ovvero il 51% della popolazione mondiale: più 4 miliardi di persone potranno mettersi in  marcia verso il voto. 
 Saranno coinvolti otto dei dieci Paesi più popolosi al mondo, a partire dal Bangladesh, Brasile, India, poi Indonesia, Messico, Pakistan,  Russia e Stati Uniti e in 18 paesi dell’Africa. Ma saranno decisive le Elezioni Europee a giugno del 2024, quelle presidenziali in Usa a novembre e quelle al Cremlino a marzo. Decisive perché i risultati potrebbero cambiare l’equilibrio geopolitico mondiale.   
Ma, nonostante la coincidenza che porterà mezzo mondo alle urne, le democrazie mondiali saranno  messe alla prova, perché alla grande partecipazione che ci sarà, non corrisponderà necessariamente un trionfo della democrazia, anzi.  Secondo il Democracy Index, solo in 43 paesi le elezioni saranno davvero libere: pensate all’Iran, alla Russia, al Bangladesh, al Pakistan dove non vi sono democrazie del tutto compiute, se così possiamo dire, o dove elezioni democratiche non esistono affatto. 
 
Intanto, il mondo è  stato segnato, negli ultimi due anni e negli ultimi cento giorni, da due conflitti in particolare, quello tra Russia e Ucraina e quello israelo-palestinese. Due guerre sanguinose che hanno polarizzato l’attenzione internazionale, e che ora stanno generando, accentuando e congelando, con effetti di cronicizzazione, crisi di varia natura. Difficile non immaginare che queste crisi non ricadranno e non produrranno effetti anche sul futuro del nostro Continente, sul piano economico e sul piano geopolitico. 
 
MEDIO ORIENTE
 
Oggi è il 27 gennaio, il Giorno della Memoria. Ricordiamo l’Olocausto, l’uccisione sistematica di milioni di ebrei, in nome di una ideologia, quella nazista, con cui si sono perseguitati oppositori politici, omosessuali, rom, disabili e con l’atroce tentativo di annientamento di tutte le minoranze culturali, etniche, politiche non conformi alle liturgie aberranti di regime.
Una macchia per l’umanità che non può essere relegata alle celebrazioni di un giorno, ma che deve rimanere memoria viva da tramandare, perché tutti ricordino e riconoscano l’orrore della Shoah. Qualche giorno fa, confrontandomi con Bobo Craxi, abbiamo ricordato una triste vicenda che voglio condividere con voi:

Una donna fu arrestata e fu portata ad Auschwitz.

Il mattino del 27 gennaio del 1943 fu assegnata al blocco 26 di Birkenau insieme ad ebree polacche e sottoposta ai lavori forzati a due ore di cammino dal campo. Avevano sempre le gambe gonfie, cadevano in continuazione ma erano ancora vive.

Ogni giorno il corpo della donna sembrava soccombere a causa degli stenti;

Debilitata per il duro lavoro nelle paludi, a poco a poco si ammalò probabilmente di febbre tifoide e nell’estate del 1943 trasferita in infermeria trovó la morte;

Sulla teca che ad Auschwitz la ricorda ci sono le sue ultime parole: “dite a mio padre che non ho perso il coraggio mai e che non rimpiango nulla”

Vittoria, figlia di Pietro Nenni, quando morì aveva 28 anni.

Oggi rendiamo omaggio alla sua memoria ed a quella di tutti i caduti nella tragedia dell’Olocausto.
Molti intravedono il rischio di una nuova ondata di antisemitismo come mai era accaduto negli ultimi 80 anni, in tutto l’Occidente, persino negli Usa, dove il sostegno a Israele non era storicamente mai mancato. Un rischio – o un fatto – che la società civile democratica ha il dovere di evitare. 
Ecco perché non dobbiamo abbassare la guardia sugli accadimenti di acca larentia e sugli effetti della sentenza della cassazione, che apre di fatto una crepa sul reato di apologia del fascismo.
Chiarissime le parole del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, di ieri: “Il fascismo è radice della Shoah. Le leggi raziali sono il terreno nel quale si è alimentato l’antisemitismo”.
Quella di oggi è una celebrazione che siamo costretti a ricordare in un momento storico drammatico,  in cui si stanno consumando veri e propri crimini contro l’umanità in Medio Oriente come in Ucraina.
Lo scorso 7 ottobre i terroristi di Hamas hanno sferrato uno dei più cruenti attacchi ad Israele, riacutizzando un conflitto che dura da anni, e che ha fatto precipitare il Medio Oriente in un caos senza precedenti, riaccendendo la miccia in un territorio che non conosce la pace ormai da troppo tempo.  Gli attacchi ai civili israeliani sono crimini efferati e ingiustificabili e sono ancora tanti gli ostaggi vittime nelle mani dei terroristi.
Non possiamo, però, non condannare per gli stessi motivi lo sterminio, a Gaza, di ventiseimila civili, di cui diecimila bambini. Molti lo considerano un crimine di guerra, che non ha precedenti in quella terra macchiata dal sangue. Gaza è allo stremo, mancano cibo, acqua potabile, medicine, si stanno diffondendo epidemie. I luoghi definiti sicuri da Israele vengono sistematicamente bombardati senza preavviso e gli aiuti umanitari vengono negati. 
Oltre 25 mila morti, di cui diecimila sono bambini, 62 mila feriti. 
 
Secondo l’agenzia umanitaria Oxfam il tasso di mortalità giornaliero della guerra di Gaza è il più alto di qualsiasi altro grande conflitto del Ventunesimo secolo. Sono passati da poco 100 giorni di conflitto, e i numeri sono impressionanti: l’esercito israeliano uccide in media circa 250 palestinesi al giorno, un numero significativamente più alto di qualsiasi recente grande conflitto armato, tra cui quelli in Siria, in Sudan, in Iraq, in Ucraina, in Afghanistan.
 
La popolazione di Gaza sta sopportando una vita d’inferno. Nessun luogo è sicuro e l’intera popolazione è a rischio carestia. Le persone sono costrette a rifugiarsi in aree sempre più piccole a causa dei continui bombardamenti che li spingono a fuggire dai luoghi che in precedenza erano stati definiti sicuri. Ma ora nessun posto a Gaza è veramente sicuro.
È inammissibile che la comunità internazionale stia osservando lo svolgersi di un conflitto che potrebbe rivelarsi  il più mortale del XXI secolo, senza battersi  davvero per il cessate il fuoco! Basta!
Intanto dalla Corte internazionale di giustizia dell’Aia è arrivato un invito chiaro ad Israele: eviti il genocidio a Gaza! Secondo la corte, Nethaniau avrebbe violato la Convenzione contro il genocidio del 1948 e ratificata anche dallo stesso stato di Israele. A questo va aggiunta anche la denuncia di Human Right Watch che ha accusato Israele di utilizzare “la fame dei civili come strumento di guerra nella Striscia di Gaza”. 
 
Rimane il problema di come garantire un futuro ai palestinesi, il cui territorio è ridotto ad un cumulo di macerie, in un conflitto che le autorità israeliane hanno affermato che durerà ancora molti mesi.
E’ ingeneroso marchiare come amici dei terroristi coloro che si oppongono ad una strage indiscriminata di civili. 
Nethanyhau ha interesse perché il conflitto non si esaurisca,  che coincide con quello dei terroristi di Hamas. Il governo di  Israele non  ha alcuna intenzione di aprire al diritto del popolo palestinese di avere un proprio Stato. In questo modo rischia di contribuire a rendere Hamas sempre più forte e radicata in quel popolo, alimentando la spirale di sangue, che solo Rabin e Arafat, capirono di dover disinnescare a tutti i costi. Anche a costo della loro stessa vita.
Il nostro auspicio, che deve diventare impegno forte e costante, oggi come allora, è quello dei “due popoli, due stati”, l’unica soluzione per una pace duratura nel Medio Oriente.  
Ritornano in mente le parole di Craxi che nel discorso che da Presidente del Consiglio tenne alla Camera nel 1985 disse: “Contesto l’uso della lotta armata all’Olp, non perché ritengo che non ne abbia diritto, ma perché sono convinto che lotta armata e terrorismo non risolveranno il problema della questione palestinese. Lotta armata e terrorismo faranno solo vittime innocenti, ma non risolveranno il problema palestinese”. Parole che rivelano una incredibile attualità.
Dobbiamo ringraziare il Presidente, Sergio Mattarella, che riconosciamo ancora una volta garanzia e faro per il nostro Paese, per le parole chiare pronunciate ieri: “un popolo che ha sofferto non neghi lo stato ad altri, ad un altro popolo!”.
 
RUSSIA
 
Sul versante dell’Est, invece, ci troviamo difronte ad uno stallo senza precedenti: le porte dell’Europa continua ad essere scenario di guerra in terra Ucraina, invasa dalla Russia di Putin. Su questo punto è necessario affrontare in maniera determinante la questione: ci troviamo di fronte ad un prolungato nulla di fatto in termini diplomatici, con il popolo ucraino che continua ad essere bombardato. E’ necessario sottolineare la totale inconcludenza dell’azione diplomatica dell’Onu ma soprattutto dell’Europa. E partendo da questa considerazione che è necessario, a questo punto, una determinata e risolutiva azione diplomatica dei paesi democratici, che facciano risorgere nello spirito della comunità internazionale le intenzioni che si crearono dopo le conferenze internazionali della pace di Parigi prima e di Yalta poi. 
Il mondo, i popoli, gli Stati, i Governi hanno bisogno di Pace. All’inizio del 2024 dobbiamo tutti affermare con forza BASTA GUERRA! e ristabilire “La pace: bene assoluto, seme di fraternità universale, condizione necessaria per lo sviluppo della vita umana. Pace cuore delle religioni”- come  ha ribadito Papa Francesco, le cui parole devono illuminare le decisioni della comunità internazionale.
L’ONU  ha rappresentato e rappresenta una grande conquista del ‘900, che ha potuto pur tra limiti e difficoltà, garantire processi di pace e di rispetto per i diritti umani. Sono evidenti, oggi, soprattutto alla luce degli ultimi eventi nel panorama internazionale, alcune questioni che andrebbero affrontate con determinazione per una riforma della stessa organizzazione.
 
L’AMERICA, L’EUROPA, LE EUROPEE
 
In un quadro internazionale così fragile, i valori fondanti dell’Europa, alla vigilia delle elezioni europee, sono in pericolo. Sul fronte internazionale, con Trump che potrebbe vincere le elezioni presidenziali, si stravolgerebbero tutti i capisaldi che hanno retto negli ultimi anni la politica estera degli Usa: le problematiche di sicurezza interna, la gestione dei flussi migratori, le prospettive della guerra in Ucraina, la posizione sul conflitto israelo-palestinese, gli sviluppi della competizione globale con la Cina. Il venire meno dell’interesse degli USA per l’Europa come partener strategico, e con una probabile maggiore concentrazione di interesse per l’indo-pacifico, potrebbe mettere in crisi anche le forme di cooperazione in atto. E inoltre, visti i rapporti di Trump con Putin, la linea sul conflitto Russia-Ucraina potrebbe subire un cambio radicale di rotta, magari imponendo agli ucraini cessioni territoriali. 
Stiamo assistendo da settimane alle primarie in America dove l’ala più moderata dei conservatori non trova spazio. Le primarie non sono le presidenziali di novembre, e quindi non bisogna dare già per vincente Trump. In autunno le cose potrebbero essere molto diverse. Certo, Biden non è Obama e questa è una grande realtà; bisognerà attendere ancora per vedere quanto il partito democratico statunitense saprà arginare questa deriva. 
Questa situazione ed i risvolti ad essa collegati non sono da vedere unicamente con una chiave di politica interna agli USA. Ci sarebbe, eccome, una ripercussione seria anche in Europa se la linea politica isolazionista di Trump negli Stati Uniti avesse la meglio.
 Innanzitutto l’Europa sarebbe più sola – nel nome del mantra dell’America First –  e dovrebbe trovare una maggiore forza in se stessa per sostituirsi nel quadrante europeo come in quello mediorientale, agli Stati Uniti. Un Donald Trump alla Casa Bianca sarebbe una tragedia per l’Europa, anche e soprattutto, dicevamo, per il suo feeling con Putin. Basterebbe forse solo la sua elezione per fare sentire Putin più libero di mettere ordine a suo modo, sia nella situazione Ucraina attuale che in situazioni potenzialmente simili. 
Un disequilibrio politico di questo tipo, ingenerato dalla vittoria di Trump, potrebbe aprire davvero a scenari fino a qualche tempo fa impensabili. 
Perché ciò possa essere contrastato o quanto meno per essere pronti a questa eventualità, l’Europa deve reinventarsi, a partire proprio dalle prossime elezioni, per essere pronta ad acquisire un ruolo che nel recente passato ha avuto solo marginalmente. Sarà impossibile, per capirci, un debole intervento sulla crisi israelo-palestinese o limitarsi allo sforzo economico di armare l’Ucraina, per stare alle due questioni più urgenti e più vicine (senza parlare del Nord Africa, per l’appunto); non sarà sufficiente una rinnovata classe politica, ma serve una rinnovata classe politica con le idee chiare. 
Nel frattempo si fanno strada in tutta Europa movimenti sovranisti, euroscettici, populisti. Di fronte a queste minacce, bisognerebbe tornare a quel Manifesto di Ventotene che “per un’Europa libera e unita” si riprometteva di “mobilitare tutte le forze popolari attive”. Lo spirito con cui le forze democratiche, liberali e socialiste d’Europa devono far fede a quell’impegno, oggi, è quello di porre un argine al pericolo di destabilizzazione e indebolimento del nostro continente. Un comune impegno delle forze socialiste per evitare un salto al buio, nel vuoto, che potrebbe cambiare definitivamente il volto dell’Europa e dei suoi valori di libertà e democrazia.
Ecco perché dobbiamo lavorare per una presenza socialista qualificata nel Parlamento Europeo, con un gruppo socialista europeo rafforzato, ed ecco perché sono decisive le elezioni di giugno. Un tempo si diceva che l’Ue era il luogo dove “parcheggiare” la nomenclatura politica italiana in declino. Per molti partiti forse è ancora così. Dobbiamo invece rendere chiaro che l’Unione Europea sarà il luogo dove maggiormente si deciderà del nostro futuro, molto di più, paradossalmente che nel parlamento nazionale. Diventa dirimente quindi che il segnale, anche dal nostro Paese, arrivi chiaro; non possiamo permetterci un’Europa guidata dalla destra, perché ci troveremmo brevemente nella medesima situazione nella quale rischiano di trovarsi gli Stati Uniti: una visione politica egocentrica e egoista non è quella che avevano in mente Colorni, Rossi e Spinelli e non è quella che vogliamo. C’è un’Europa da rafforzare e per fare ciò sarà necessario rivedere i trattati che la disciplinano; si dovrà riprendere il cammino per la redazione di una Costituzione europea, processo troppo velocemente archiviato ma quanto mai necessario. Una nuova ossatura per una nuova Europa, che pensiamo ampliata anche ai Paesi che oggi non ne fanno parte. E per avere una voce autorevole nelle situazioni che potrebbero venirsi a creare, l’Europa deve attivare da subito un più forte sistema di sicurezza e di difesa comuni, così come dev’essere prioritaria la rivisitazione del ruolo della diplomazia comune europea, oggi quasi non riconosciuta nei rapporti tra Stati. Deve alzare la voce e uscire dal cono d’ombra sulla politica internazionale, penso al conflitto in medio oriente o a quello in Ucraina, creare un sistema economico più equo, arrivare alla realizzazione del Green Deal, occuparsi dei flussi migratori distribuendo tra i paesi le responsabilità, compiere il sogno di democrazia e libertà per cui era nata. Insomma, un’Europa più vitale in un mondo sempre più fragile.
Dobbiamo lavorare agli Stati Uniti d’Europa, da costruire in alternativa alla visione dell’Europa come unione di singole nazioni, che vuole la destra. 
 
Italia
 
A fronte di questo scenario, la politica internazionale ed europea dell’Italia fa lacune da più parti. E’ sotto gli occhi di tutti la totale diffidenza dei governi europei nei confronti del Governo Meloni, che da sempre ha dimostrato un totale distacco nelle politiche estere dei governi democratici europei per favorire i Paesi vicini al gruppo di Visegrad. La politica estera di Giorgia Meloni è incoerente: oltranzista e amica di Orban, con il cappello in mano da Von der Leyen. Altro che sovranità del Paese, questa è la supremazia dell’incompetenza! 
Una incompetenza che si è manifestata anche sulle riforme istituzionali.
Questa settimana è stato approvato in Senato quelli che molti considerano il peggior provvedimento della storia repubblicana: il DDL CALDEROLI. L’autonomia differenziata voluta da Salvini e Meloni, che si definisce una patriota, ha avviato lo smantellamento dello Stato Sociale ed economico del Paese. Un provvedimento, che molti hanno definito a tratti incostituzionale, che mette a rischio non solo la tenuta sociale del Mezzogiorno d’Italia, ma anche delle Regioni a ridosso del Tevere che su alcuni settori registrano enormi difficoltà. Su questo, auspichiamo che il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, sia vigile e garante dell’unità nazionale. Non possiamo permettere che con il provvedimento sull’autonomia differenziata si creino ulteriori disuguaglianze all’interno del Paese. Il Governo sta agendo contro la Costituzione su cui ha giurato non perseguendo il dovere inderogabile di solidarietà e sussidiarietà. Uno schiaffo all’unita d’Italia, al Sud, Uno schiaffo a chi è più in difficoltà!
Come già abbiamo annunciato nei mesi scorsi, ci faremo promotori insieme alle altre forze politiche di opposizione e al comitato contro l’autonomia differenziata, di un referendum per la futura abrogazione del DDL Calderoli.
D’altro canto il Governo Meloni si sta preparando ad una riforma che la destra definisce epocale per il sistema politico ed istituzionale del Paese. Il Premierato, e non il Presidenzialismo che pure aveva trovato consensi tra molti di noi e tra i riformisti, è una aberrazione democratica che svilisce nuovamente la Costituzione e che porta il Paese al rischio di un governo con l’uomo solo al comando. Attenzione compagni, non si tratta di una riedizione della legge Acerbo o del ritorno del Duce, ma le intenzioni che stanno spingendo il Governo verso queste riforme istituzionali portano alla cancellazione di tutti quei principi di contrappeso fra poteri che i nostri padri costituenti hanno voluto inserire nella Costituzione. Vogliamo impedire, insieme alle altre forze democratiche, un progetto che annichilisce il valore della repubblica democratica.
A dicembre scorso, la prima vera manovra di bilancio del Governo Meloni ha dimostrato le reali intenzioni di questo Governo: è caduta la maschera del Governo sulla sanità, sulla scuola, sulla spesa sociale per il Paese.
Sulla sanità registriamo un taglio molto significativo che è meglio espresso dal valore come quota del Prodotto interno lordo: da 6,6 a 6,2%. Con i 3 miliardi stanziati con l’ultima manovra la riduzione si ferma al 6,3% del Pil o poco più. Ad oggi le risorse per la sanità per il 2025 e il 2026 sono per ora confermate e in calo: 6,2% del Pil per il 2025 e 6,1% per il 2026.
Sulla scuola è anche peggio. Il governo Meloni è intervenuto con un nuovo piano di tagli, accorpamenti e fusioni: fra il 2024-25 le istituzioni scolastiche saranno 6886. Oggi sono 8.160. Quindi il governo Meloni ha deciso di tagliare e chiudere entro i prossimi anni 1.274 scuole. Non basteranno le passeggiate come a Caivano, che finiscono per essere uno spot dove manca la sostanza. La Meloni e il suo Governo hanno deciso di eliminare dall’intero Paese presidi di legalità e luoghi per la crescita a danno in particolare dei giovani e dei bambini.
L’ultima legge di bilancio finanzia il taglio del «cuneo fiscale», cioè il «taglio delle tasse» di cui parla Meloni per i redditi dipendenti sotto i 35 mila euro, facendo maggiore deficit (+15,7 miliardi di euro) a carico di tutti i contribuenti. Il taglio viene finanziato anche con i tagli lineari agli enti locali (600 milioni ogni anno per i prossimi tre), ai ministeri (meno 5% della spesa), al servizio civile (meno 200 milioni), alla disabilità (meno 350 milioni), alla cooperazione allo sviluppo (meno 700 milioni), all’ambiente (meno 280 milioni). 
C’è un piano triennale di privatizzazioni da 22 miliardi: un miraggio pericoloso che mette a serio rischio asset importanti del nostro paese come Leonardo e Poste Italiane. Tagli indiscriminati che, insieme all’aumento dell’inflazione, mettono in discussione la tenuta sociale del Paese.
Infatti la spesa per le bollette di luce e gas, nell’ultimo anno, è triplicata ed è destinata ad aumentare a causa della fine del mercato tutelato.
Nel 2024 il carrello della spesa è destinato ad aumentare, a danno delle famiglie che lo scorso anno hanno speso in media l’8,7% in più per la spesa di tutti i giorni. Il dato preoccupante, come suggerisce l’Istat, è che questo incremento di spesa non corrisponde a un maggiore livello di consumo per le famiglie. In altre parole, si è speso di più perché i prezzi sono aumentati ma non si è acquistato di più.
Nonostante le residue prospettive di crescita del Pil italiano nel nuovo anno, a causa della forte inflazione si determinerà un ulteriore incremento della spesa che metterà in seria difficoltà gli italiani. Sarà necessario immaginare misure per il contrasto alla povertà che ha raggiunto livelli preoccupanti. Nel 2022 sono in condizione di povertà assoluta 2,18 milioni di famiglie e oltre 5,6 milioni di individui. Per questi cittadini il governo non ha immaginato nessun sostegno. Non sarà di certo l’Assegno di inclusione o la carta “Dedicata a te” a dare una risposta significativa per invertire questo trend. E’ necessario un nuovo sostegno al reddito per gli italiani in difficoltà, che superi le criticità affrontate con il Reddito di cittadinanza, ma che riesca a dare il pane a chi oggi non ha di che vivere.
Dal punto di vista di sviluppo industriale il Governo latita: al netto degli incontri con Elon Musk non è stato fatto nessun passo in avanti per quanto riguarda l’utilizzo dell’intelligenza artificiale e su come questo nuovo strumento tecnologico possa aiutare, e non distruggere, il tessuto industriale rimasto nel nostro Paese. Le troppe nuove crisi industriali ci confermano la miopia del Governo sullo sviluppo economico del Paese e su questo intendo rivolgere alla città di Taranto ed ai lavoratori dell’Ilva piena solidarietà considerato che si trovano nuovamente, a causa del Governo, ad affrontare la minaccia della chiusura degli impianti e dell’abbandono del sito da parte di Ancerol Mittal.
 
Partito
 
Veniamo a noi e al Partito. Compagni, nel 2023 abbiamo registrato un aumento nel tesseramento di oltre il 10% e un aumento dell’incasso del 2xmille, abbiamo avviato un efficace risanamento eliminando spese superflue che oggi ci consentono di guardare alle prossime sfide con maggiore tranquillità, ma non è mai abbastanza. Consentitemi di ringraziare in particolare il Tesoriere, Marco Strada, e l’intera segreteria nazionale e tutti i dirigenti per questi importanti risultati frutto del lavoro di tutti. 
Fatemelo dire… Chi pensava di prendersi un altro pezzo della nostra immensa e bellissima storia e portarlo altrove si è trovato con un pugno di mosche in mano. 
Nel corso del 2023 abbiamo rafforzato la nostra pattuglia di amministratori, nel corso delle ultime elezioni provinciali dello scorso dicembre abbiamo eletto consiglieri a Cosenza, Potenza, Salerno e in altri capoluogo insieme al Presidente della Provincia di Isernia, il sindaco Daniele Saia. 
Negli ultimi mesi dello scorso anno abbiamo lanciato la campagna sulle cinque petizioni socialiste con le quali abbiamo sfidato anche gli alleati del centrosinistra ad un confronto su proposte serie e condivise: no ad una sanità aziendalistica, la battaglia per introdurre le preferenze nel sistema di voto per le elezioni politiche, nuove norme contro i licenziamenti ingiusti, proposte sulla transizione ecologica per un futuro più sano, aumentare le borse di studio e riconvertire gli immobili statali inutilizzati per studentati. 
Su queste proposte stiamo raccogliendo tante adesioni nelle centinaia di banchetti e gazebo che stiamo facendo in tante città d’Italia ed alimentato il dibattito nella nostra coalizione. 
Quasi tutti i partiti di centrosinistra si sono detti favorevoli in particolare all’introduzione delle preferenze nel sistema elettorale per le elezioni politiche, convinti che sia un decisivo strumento per riavvicinare i cittadini alla politica. Per riannodare quel filo di fiducia che lega i partiti al popolo. E allora è giunto il momento di farlo. 
In vista della prossima legge elettorale che inevitabilmente si dovrà fare, considerata la sciagurata riforma del premierato, chiameremo a raccolta l’intero centrosinistra per proporre insieme ed unitariamente l’inserimento delle preferenze nella legge elettorale per le politiche. 
Nel 2024 andranno al voto la metà dei comuni italiani, circa 3700 su 7896, 27 capoluoghi di provincia e 6 comuni capoluogo di regione. Saremo chiamati a fare un lavoro straordinario per presentare ovunque possibile, come fatto nel corso del mio mandato da Segretario, il nostro simbolo. Solo costruendo e radicando dal basso, dai territori, il partito avremo maggiore forza sul piano nazionale. 
Insieme ci saranno le elezioni regionali in Sardegna, Abruzzo, Basilicata, Piemonte e Umbria. In tutte queste regioni stiamo facendo un grande lavoro di autonomia e proposta. 
In Sardegna corriamo con il nostro simbolo e il 25 febbraio sono sicuro che dalla Sardegna arriveranno in tutto il Paese importanti conferme e belle sorprese.
In Abruzzo stiamo lavorando ad una lista con il nostro simbolo in alleanza con altre forze del centrosinistra. 
In Basilicata stiamo lavorando ad una nostra lista socialista. 
In Piemonte saremo presenti con nostri candidati.
In Umbria si voterà nel prossimo autunno e i compagni umbri sono protagonisti nell’alleanza che stiamo costruendo nel centro sinistra. Siamo sulla strada giusta!
Ma il 2024 è anche l’anno delle elezioni europee. Tralascio tutte le considerazioni sulla coalizione di centrosinistra per due motivi: il primo, di ordine tecnico, in quanto alle europee è in vigore un sistema proporzionale; il secondo motivo è dato dalla totale inconsistenza della coalizione. Il Partito Democratico, che è il principale partito della coalizione, sta svolgendo ancora il congresso. Lo si capisce dalle posizioni, innumerevoli e tutte diverse, assunte dai parlamentari democratici sull’abuso d’ufficio e sulla questione ucraina. Gli altri partiti della coalizione, soprattutto l’area centristra, sono quotidianamente indaffarata ad accusarsi reciprocamente per cercare di guadagnare qualche punto percentuale in più l’uno sull’altro per arrivare meglio alle elezioni europee. Della sconfitta elettorale delle elezioni politiche nessuno ha fatto tesoro.
Ci troviamo ad affrontare le elezioni europee, che hanno uno sbarramento al 4%, convinti di creare, insieme ad altri partner della coalizione, una area politica di sinistra riformista, che coniughi al suo interno l’europeismo, l’ambientalismo del fare, l’umanesimo sociale, la solidarietà e il lavoro. Guardiamo con attenzione a ciò che avviene in tutte le altre aggregazioni politiche avendo come bussola gli ideali e i valori del socialismo europeo ed internazionale. E per noi potrebbe nascere a sinistra del Pd una lista e una alleanza per le europee. Dobbiamo lavorarci e ne dobbiamo discutere.
Il Pse, nella scorsa settimana, ha candidato alla Presidenza della Commissione Europea, Nicholas Smith. Una candidatura autorevole, che chiama all’impegno in prima persona l’attuale commissario al lavoro e alle politiche sociali, segno di attenzione da parte dei socialisti europei ad un determinato e chiaro campo di gioco. 
I socialisti italiani mancano dal Parlamento europeo dal lontano 2009 quando ci rappresentava Pia Locatelli. Ben 15 anni… è giusto ricordarlo!
Questo dato da solo dimostra quanto sia complicata per noi questa sfida ma siamo pronti, siamo pronti a dire la nostra. 
Ogni approfondimento lo faremo insieme già domani in consiglio nazionale. 
Sento di anticipare soltanto che dobbiamo lavorare perché la nostra identità, l’identità socialista sia presente e ben visibile nell’alleanza che faremo. Così come i nostri valori e le nostre idee nelle alleanze che insieme valuteremo. 
Insomma, Compagni, siamo ormai avviati all’interno di un anno determinante per il Paese, per il nostro Partito e per la stabilità globale. 
Lo affronteremo con risolutezza e con la voglia che da sempre ci spinge ad andare avanti, contro qualsiasi difficoltà e consapevoli di camminare a lungo in un terreno impervio e pieno di ostacoli. 
Ma da questo terreno impervio, da socialisti sono sicuro che sapremo raccogliere i frutti del nostro impegno, che ognuno di voi merita e che merita la nostra storia.
Costruttori di pace, ieri, oggi e sempre!
Grazie.

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