di Lorenzo Cinquepalmi
Cosa resterà di questa campagna che ci ha accompagnato al voto nel referendum costituzionale sulla separazione delle carriere dei magistrati? Di tutte le posizioni che sono state assunte, di tutti i voltafaccia, di tutte le sparate, di tutte le mistificazioni della realtà a cui abbiamo assistito, resta la constatazione che la classe dirigente del Paese (espressione generosa nel participio presente che accompagna il sostantivo) è divisa soprattutto in due campi, che non coincidono affatto con quelli tradizionali della destra e della sinistra. Oggi gli italiani, per fatale trascinamento rispetto alle posizioni espresse dai personaggi pubblici, sono soprattutto divisi tra coloro che temono il cambiamento, che desiderano il mantenimento dello status quo, non necessariamente perché vi si trovino bene, ma perché temono di trovarsi peggio in qualunque sua evoluzione; e coloro che credono ancora che il miglioramento sia possibile, e che sia possibile attraverso un’azione di progresso e di riforma. Tra i praticanti della neghittosità di chi ammonisce a non lasciare la strada vecchia per la nuova, e i visionari di un avvenire meno avaro di possibilità e di speranza. Se guardiamo ai due schieramenti nella contesa referendaria, balza all’occhio che pure essi, così come le tradizionali collocazioni nella destra e nella sinistra, non coincidano più con la dialettica tra conservazione e progresso appena descritta, e non solo perché assimilare a forze di progresso quelle della destra che, in questo referendum, sostiene il cambiamento, è oggettivamente impossibile, ma anche perché la contrarietà pregiudiziale e acritica alla riforma dell’ordinamento giudiziario, espressa da forze teoricamente di sinistra, iscrive le stesse al campo della conservazione. Il cimento non fa che confermare, finalmente in modo inequivoco, quello che, a volerlo vedere, è chiaro ormai da tempo: l’autoreferenzialità prevalente della politica e, soprattutto, dei suoi leader, l’ha talmente scollata dalla vita reale che riesce molto difficile, se non impossibile, ricollegare l’esigenza di benessere della cittadinanza, pur evidente, all’azione politica. L’analisi del malcontento è limitata alla superficialità, a quanto basta per cercare di sfruttarlo a vantaggio della propria parte contro la parte avversa, senza tuttavia elaborare vere strategie di miglioramento della condizione di vita generale del popolo. Chi crede veramente nella necessità di una profonda azione riformatrice della struttura economica e sociale della nostra comunità, non solo italiana, sa bene che non è una singola riforma, per quanto epocale e impattante, a far cambiare la loro condizione delle masse. Il progresso morale e materiale di un popolo dipende da un gran numero di interventi, coordinati e coerenti, spalmati su di un arco di tempo significativo. Se si crede questo si sa, si ammette, che la riforma che separa la carriera dei giudici da quella dei pubblici ministeri, rendendo, non immediatamente ma nel tempo, i primi davvero indipendenti dai secondi, non è la panacea dei mali della nostra società: è un tassello, importante, ma percepibile dalla collettività solo se inserito nella declinazione di lungo periodo di una tensione verso la concreta e piena attuazione della libertà e della giustizia sociale; due conquiste non ancora raggiunte, se a vivere male è un numero di persone che ormai sfiora la maggioranza del popolo italiano. L’indipendenza del giudice dal pubblico ministero è senza dubbio un passo avanti verso una condizione generale in cui la libertà individuale sarà più rispettata, in cui potrà diminuire il numero enorme di processi che a posteriori si accerta che nemmeno dovevano incominciare, e in cui assisteremo alla riduzione del numero di persone che vengono messe in carcere per poi essere assolte, oggi al ritmo di tre al giorno. Tutti quelli che riusciranno a comprendere i termini di questa scelta, da un lato realizzeranno, sia che si determinino a favore che contro la riforma, come il voto a cui sono chiamati non sia a favore o contro la Meloni o la Schlein, a favore o contro il governo. La campagna referendaria ha messo sotto gli occhi di tutti come la competizione per la conquista del voto degli elettori non sia più un confronto tra diversi progetti di società, ma sia diventata una grande battaglia per la sopravvivenza delle sacche di privilegio, che ogni privilegiato o gruppo di privilegiati combatte per garantirsi il mantenimento del suo orto. Vale per i leader della frangia militante della magistratura come per i leader grandi e piccoli dei partiti politici; e per gran parte di una sedicente classe dirigente che, purtroppo, ha abdicato da tempo al suo ruolo in quasi tutti i settori: dall’impresa all’accademia, dalla finanza alla pubblica amministrazione. L’avvizzirsi degli ideali e lo spegnersi delle passioni hanno fatto prevalere in modo debordante interessi individuali poco commendevoli e del tutto incompatibili, nella dimensione che hanno raggiunto, con il benessere generale. Quella che gli italiani saranno chiamati a fare domenica e lunedì è una scelta tra una riforma e il mantenimento dello status quo. Tra il coraggio di riformare e la paura del cambiamento. Tra la fiducia nella forza della collettività e lo sconforto generato dal timore che il malessere in cui viviamo sia immutabile. Tra oggi e domani. E chi vuole un domani in cui il Paese sia guidato da una nuova speranza, deve avere il coraggio del cambiamento, anche se l’occasione di un primo cambiamento gli è stata offerta da forze politiche conservatrici e reazionarie: non si vota per o contro il governo, ma per un grado in più di libertà, e chi sa scegliere oggi la libertà, la saprà scegliere anche alle elezioni politiche.



