Vizi e virtù dei socialisti. Il racconto vivo di Amatruda

di Redazione

Quando Salerno era socialista, il nuovo libro di Gaetano Amatruda, non è soltanto un libro su una città. Ed è questo, forse, il suo elemento più interessante. A dispetto del titolo, non ci troviamo davanti ad una semplice operazione di memoria municipale, né ad un omaggio confinato dentro il perimetro salernitano. Il libro usa Salerno come teatro, ma il suo orizzonte è più largo: dentro questa storia c’è un pezzo del socialismo italiano, delle sue ferite, delle sue dispersioni, delle sue metamorfosi e, soprattutto, della domanda che ancora oggi lo attraversa: che cosa può voler dire, nel presente, essere socialisti? Amatruda sceglie una strada narrativa precisa. Non scrive un saggio storico in senso stretto, e non consegna neppure una autobiografia politica tradizionale. Piuttosto, costruisce una testimonianza personale che prova a farsi chiave interpretativa. Il punto di partenza è l’incontro con Enzo Giordano, figura centrale della vicenda, raccontato con il tono diretto di chi non cerca di monumentalizzare un maestro, ma di restituirne la presenza concreta: il rigore, l’asprezza, la coerenza, la sobrietà, la capacità di trasformare la politica in educazione civile. Anche nella prefazione Vincenzo Maraio insiste su questo punto: il libro non nasce per celebrare, ma per “ricostruire un rapporto” e per “rilanciare un metodo”, cioè un modo serio di intendere la politica come formazione, responsabilità e comprensione del presente. Nelle pagine di Amatruda il socialismo non coincide con una sigla, né con una nostalgia di partito. È anzitutto un’etica pubblica: attenzione agli ultimi, radicamento nei territori, centralità della comunità, insofferenza per il potere come fine a sé stesso. Traspare come il socialismo nasca nei comuni, non nei palazzi; nella concretezza amministrativa, nel conflitto reale, nei bisogni delle persone. È a questo punto che “Quando Salerno era socialista” smette definitivamente di essere solo un libro locale. Perché la traiettoria che attraversa le sue pagine è la stessa che ha segnato il socialismo italiano negli ultimi decenni: tangentopoli, la diaspora, il rapporto lacerato con la sinistra postcomunista, il garantismo come discrimine culturale, le successive ricomposizioni e frammentazioni, fino alla domanda odierna su quale spazio possa avere un riformismo socialista nel quadro politico contemporaneo. Nel libro compaiono nomi, sigle, passaggi, fratture, tentativi di ricostruzione che rimandano ad una storia ben più ampia di quella salernitana: da Ugo Intini a Gianni De Michelis, da Claudio Martelli a Bobo Craxi, fino a Stefano Caldoro e allo stesso Maraio, il racconto di Amatruda incrocia un’intera geografia politica nazionale. Il nodo più delicato del libro resta però il rapporto tra Giordano e Vincenzo De Luca. Amatruda riconosce una continuità storica tra la stagione avviata da Giordano e quella successivamente consolidata da De Luca: la trasformazione urbana di Salerno, l’idea di città, il cambio di passo amministrativo. Ma dentro questa continuità resta una frattura umana e politica che il libro non riesce — e forse non vuole — sciogliere del tutto: la distanza apertasi negli anni di tangentopoli, il mancato sostegno percepito, il “filo spezzato” di una relazione mai ricomposta davvero. Il risultato non è una requisitoria, ma il racconto di una sospensione. Ed è proprio questa sospensione a dare spessore politico al testo, perché restituisce la complessità delle transizioni italiane senza cedere alla semplificazione morale. Ma il cuore vero del libro è altrove: nell’idea che il passato serva soltanto se riesce a diventare una critica del presente. Amatruda insiste più volte sul fatto che la politica di oggi si è fatta rumorosa, reattiva, povera di visione. Il bersaglio polemico è una sfera pubblica dominata dall’immediatezza dei social, dall’indignazione permanente, dalla denuncia senza proposta. Da qui la formula che costituisce il messaggio più attuale: non basta denunciare, bisogna proporre; non basta criticare, bisogna costruire, immaginare il futuro. È il punto in cui la memoria diventa programma. Anche quando Amatruda rievoca le posizioni di Giordano sui temi del garantismo, della riforma della giustizia o del rapporto tra sinistra e libertà, il punto non è mai il repertorio nostalgico, ma la persistenza di questioni che restano aperte nella democrazia italiana. Il libro presenta anche un limite, che è insieme la sua forza: il coinvolgimento personale dell’autore. La partecipazione emotiva rende il racconto vivo, autentico, spesso persino commovente, ma talvolta riduce la distanza critica. Alcuni snodi storici sono più evocati che scandagliati, più affidati alla memoria che all’analisi. Tuttavia sarebbe ingeneroso trasformare questo tratto in un difetto decisivo, perché “Quando Salerno era socialista” non ambisce a essere un testo definitivo. È dichiaratamente una testimonianza, e la sua verità sta proprio in questa scelta di campo. Alla fine il libro consegna una domanda che va ben oltre Salerno: se esista ancora, in Italia, uno spazio per una politica socialista capace di tenere insieme giustizia sociale, libertà, garantismo, cultura di governo e radicamento popolare. La presenza di Enzo Maraio in prefazione e nel sottotesto del volume non è casuale: segnala che questo libro non guarda al socialismo come a una rovina sentimentale, ma come ad una possibilità ancora contendibile. Non per ripetere formule del Novecento, ma per recuperare un metodo, una grammatica, una serietà della politica che oggi sembrano rare. Ecco perché il libro consente una lettura chiara anche fuori da Salerno: perché parla di una tradizione politica italiana che ha conosciuto grandezza, errori, rotture, emarginazioni e ritorni. E prova a dire che la memoria, quando non diventa culto, può essere ancora una risorsa pubblica.

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