di Bobo Craxi
Da un lato la tentazione di dividere il mondo in un suggestivo G2 a trazione Usa-Cina sembra essere stata la direttrice dell’amministrazione Trump; dall’altro è sempre più chiaro che il mondo globale è una realtà talmente interdipendente che è difficile separare i destini delle grandi nazioni che lo abitano. Ci sono in mezzo i conflitti regionali che hanno accelerato le divisioni, le crisi democratiche che hanno aperto la strada alle nuove e vecchie autocrazie, a nuovi e vecchi autoritarismi. Tuttavia, nonostante anticipatamente si sia voluto dichiararne l’estinzione, la vecchia Europa con il suo corollario di regole, di democrazie che, seppur lesionate, rappresentano i sistemi più idonei per far funzionare società complesse come le nostre, appare centrale in queste settimane, nell’evoluzione dei negoziati per la pace, nel conflitto che è scoppiato nel “cortile di casa”. Ovvero alle frontiere dell’Unione. Non vi possono essere paci separate senza tenere conto della sfera di influenza che continuano ad esercitare nazioni che per ragioni di sicurezza ed economiche promuovono stabilità prolungate e non pasticciate; soluzioni che rispettando le regole comuni del diritto internazionale possono offrire una prospettiva di pace duratura e non fittizia e che determinino in un futuro non lontano, un auspicata stabilità che si fondi sulla cooperazione, sulla reciprocità nella sicurezza e nel progresso economico di tutte le nazioni. È considerato per Trump un “cortile di casa” l’intero continente sudamericano, le sue ingerenze in questo mandato e nello scorso non si contano, d’altronde è fondamentale per la destra americana l’allineamento alle politiche ultra liberiste dei Paesi cardine del Sudamerica. E se la grande realtà economica del Brasile è riuscita ad allontanare il rischio dell’avventurismo di Bolsonaro, l’amministrazione americana è riuscita ad assicurarsi che la nuova presidenza cilena si sia ispirata alle vecchie dottrine economiche della scuola di Chicago, rinnovando il vecchio spirito pinochetista, rilanciando la lotta all’immigrazione e contro lo Stato sociale. Gabriel Boric e la sua maggioranza progressista si erano posti la sfida, nella scorsa legislatura, di far voltare pagina al Cile con una nuova costituzione che soppiantasse quella di Pinochet che, seppur modificata nel tempo e riadattata ad un regime politico democratico, incarna un Cile ancora legato al suo passato autoritario. Il processo costituzionale è stato lento e frastagliato e si è concluso con un nulla di fatto. Due referendum entrambi naufragati. È la stessa sorte che Trump vorrebbe far compiere al Venezuela circondata dalle sue portaerei. La verità è che stare al di fuori della legalità internazionale, spinge i regimi a chiudersi sempre di più. E non è una buona notizia.



