di Roberto Lopane
Il vertice Nato di Ankara del 7-8 luglio, definito da più osservatori il più teso nella storia dell’Alleanza, fotografa un rapporto transatlantico scosso da mesi di dazi, attacchi personali a leader europei, un disimpegno militare americano mai chiarito e richieste di riarmo scaricate sui bilanci sociali. L’ultimo attacco di Trump alla premier Meloni è solo la punta di un iceberg che riguarda tutta l’Unione. Come socialisti crediamo che questa fase segni la fine di un’epoca: quella in cui l’Europa delegava sicurezza, politica estera e sovranità energetica a Washington in cambio di protezione. Non è antiamericanismo, è realismo politico. Il problema non è l’alleanza euro-atlantica, che resta architrave della sicurezza democratica, ma la subalternità: un’Europa che accetta dazi senza reciprocità, taglia welfare per finanziare il riarmo, rinuncia a voce propria su Ucraina, Medio Oriente e clima. Il rapporto del Mes segnala un’eurozona esposta su margini fiscali ridotti, dipendenza energetica e legami finanziari instabili con gli Usa. I socialisti propongono debito comune europeo con eurobond dedicati alla difesa, per creare industria e occupazione, non tagliando il welfare; autonomia energetica reale: investimenti pubblici in rinnovabili e reti, valorizzando anche il nucleare di nuova generazione (SMR e reattori di IV generazione) come complemento stabile e decarbonizzato, senza pregiudizi ideologici, come già fa la Francia; politica estera europea a maggioranza qualificata, superando il veto che rende l’Europa ricattabile; diplomazia attiva sull’Ucraina: sostegno a Kiev dentro una strategia negoziale seria, non subordinata alle convenienze elettorali altrui; reciprocità commerciale con un fronte europeo unito contro i dazi, non accordi bilaterali divisivi. Sul Medio Oriente le contraddizioni Usa sono evidenti: Washington ha affiancato Israele contro l’Iran, salvo scoprire, secondo New York Times e Washington Post, che Israele avrebbe tentato di sabotare i negoziati con Teheran eliminando i negoziatori iraniani. A Gaza e in Cisgiordania la conta dei morti civili, inclusi minori, continua senza exit strategy politica, con copertura diplomatica Usa pressoché automatica e sostegno militare mai condizionato al diritto internazionale. L’Europa resta divisa e silente. Anche in questo quadrante, le nostre proposte: condizionalità reale sui rapporti con Israele, rivedendo l’accordo di associazione Ue e sospendendo i capitoli commerciali fino a un cessate il fuoco stabile e verificabile; stop a forniture o transiti di armamenti utilizzabili in violazione del diritto umanitario, con verifiche indipendenti; riconoscimento pieno dello Stato di Palestina come atto politico, insieme al sostegno alla Corte penale internazionale senza doppi standard; diplomazia autonoma europea con l’Iran, indipendente dalle oscillazioni Usa e dai sabotaggi israeliani, per stabilizzare Hormuz e il Golfo; coerenza tra Ucraina e Palestina: gli stessi principi di diritto internazionale vanno applicati ovunque, per la credibilità europea nel Sud globale. Non chiediamo la rottura del legame transatlantico, pilastro della nostra storia democratica, ma che torni un’alleanza tra pari, fondata su interessi condivisi. Serve un’Europa più integrata, equa e capace di una voce sola: il progetto per cui il socialismo europeo si batte da sempre. Per onestà intellettuale, altre forze politiche leggono questa fase diversamente: chi crede che solo un pieno riallineamento con Washington garantisca sicurezza, e chi ritiene prematura ogni autonomia strategica senza un vero esercito europeo. Anche sul Medio Oriente esistono posizioni distanti: chi sostiene Israele senza condizionalità per diritto all’autodifesa, e chi giudica irrealistico un canale negoziale europeo separato da quello americano. Sono obiezioni legittime che meritano dibattito aperto.



