di Caterina Cazzato
Il disegno di legge di Bilancio è approdato in Aula al Senato dopo essere stato approvato dal Consiglio dei Ministri lo scorso 17 ottobre, dopo la valutazione di circa 5.400 emendamenti: niente di più complesso ma va detto il che il metodo “sintetico”, sviluppato attraverso una serie di misure inserite di giorno in giorno, testate per l’effetto che producono sulla popolazione e poi, in base a calcoli di opportunità basati sul pubblico gradimento, ridimensionate velocemente, alimentano un dibattito frettoloso e determinano importanti cambi di rotta da un anno all’altro, operati dalla stessa coalizione (che prometteva ad esempio il superamento della Legge Fornero). Questa volta sembra che, complessivamente, le misure proposte si siano focalizzate sulla prudenza nei conti, la necessità di rassicurare Bruxelles e i mercati che resti debole su crescita e investimenti, riservando molto poco allo stato sociale e ai ceti medi. L’obiettivo politico dichiarato è quello di uscire dalla procedura europea per deficit eccessivo aperta nel giugno 2024, puntando ad un deficit intorno al 3% del Pil nel 2025 e in calo verso il 2,8% nel 2026, per essere affidabili sui mercati e ridurre le tensioni sul debito. Infatti, il Governo intende utilizzare strumenti europei come il programma Safe per la spesa militare, ben 14,9 miliardi di prestiti a tassi vantaggiosi destinati alla filiera industriale. La manovra, di complessivi 22 miliardi, aggiunge circa 3,5 miliardi per il mondo produttivo: incentivi e misure per la Zes Sud, un fondo per mitigare i rincari dei materiali degli appalti, rifinanziamenti per Transizione 5.0 e 4.0. Tale ritocco ha determinato forti tensioni nella Lega; infatti, nella prima versione, per le coperture era emersa l’ipotesi di intervenire sulla previdenza. Fortunatamente registriamo la scomparsa della preoccupante stretta sulle pensioni, con l’intendimento di elevare l’età pensionabile, sul riscatto della laurea e sulla destinazione del Tfr ai fondi integrativi con il tentativo di vincolare i risparmi dei lavoratori per la buonuscita ai fondi di previdenza complementare, sviandone la destinazione originaria. Le coperture (tasse mirate, tagli e rinvii) dovrebbero provenire da nuove entrate su banche e assicurazioni (solo 12 miliardi nei prossimi tre anni), dal Pnrr modificato, investimenti infrastrutturali rinviati (vedi Ponte sullo Stretto), tagli per circa seicento milioni su ricerca, istruzione e cultura e uno spostamento di risorse dai fondi di coesione. Ma la scelta più discutibile è quella di ridurre gli incentivi all’uscita anticipata dal lavoro per alcune categorie, compresi i precoci, coloro che hanno svolto lavori usuranti. Vengono introdotte altre imposte: la tassa da 2 euro sui pacchi fino a 150 euro da paesi extra-Ue, il raddoppio della Tobin tax (dallo 0,02 allo 0,04), aumenti di accise sul tabacco (circa 600 milioni) e gasolio, ritocchi sugli affitti brevi. La misura più narrata è il taglio dell’Irpef per la fascia 28-50mila euro, che costa 2,5 miliardi e riguarda 13,6 milioni di contribuenti: in media 183 euro l’anno, circa 15 euro al mese (molto meno che gli 80 euro al mese di dieci anni fa). Si torna a favorire coloro che non pagano tempestivamente, per la quinta volta, con la rottamazione delle cartelle di pagamento derivanti dall’omesso versamento di imposte o contributi previdenziali relativo al periodo gennaio 2000 – dicembre 2023. Sembra un mezzo irrinunciabile per fare cassa ma non aiuta a contrastare la “cultura” dell’evasione fiscale. Un rifinanziamento del fondo sanitario nazionale che non modifica significativamente il peso della sanità sul pil e qualche ritocco all’ Isee di portata contenuta.



