di Bobo Craxi
Solo qualche considerazione aggiuntiva in sede di analisi del voto che è stato in alcuni casi massiccio ed omogeneo per il NO ed in poche regioni, segnatamente quelle più industrializzate del Paese, per il SÌ. Un voto chiaramente politico che non ha bocciato solo una riforma ma si è dichiarato ostile ad un cambiamento costituzionale che non ha rispettato lo spirito di convergenza istituzionale, che dovrebbe garantire il pluralismo necessario che ha sorretto la longevità della Carta. Se nell’amputazione dei membri parlamentari questo argomento passò letteralmente in cavalleria, nel caso della questione Giustizia si è opposta con forza ed efficacia l’intera corporazione dei magistrati sorretta da una copiosa alzata di scudi del sistema informativo, nonché dall’opposizione democratica che ha colto il momento per dare una spallata al governo. La guerra di Trump, la pressione negativa della situazione economica, le argomentazioni deboli e controproducenti di chi sorreggeva le ragioni del SÌ hanno rovesciato l’orientamento riformatore che nel mese di gennaio rappresentava il 60% degli italiani. Seppur suffragato da milioni di voti, l’orientamento per la definitiva abrogazione del mantenimento all’interno della Costituzione delle norme vigenti e seppur in vistoso contrasto con il Codice riformato e ancor di più con l’articolo 111 della Costituzione, non ha avuto la meglio. Il tema non è accettare matematicamente l’esito di una consultazione ma è coglierne gli aspetti conseguenti. Che certo non esauriamo in qualche riga. Il voto è stato complesso, politico, ha sovente scavallato il merito (questo vale anche per il Sí). Io non vorrei insistere ma verifico tuttavia un fatto che non può essere smentito e che segna la parola fine sulla possibilità di modificare qualcosa nel sistema giudiziario; perché esso mantiene, non rispettando le disposizioni transitorie della Costituzione, l’ordine vigente nel 1941 che è stato superato dal nuovo Codice e ancor di più dall’articolo 111 della Costituzione riformata. Capisco che è materia per legulei ma è anche la ragione per la quale la corporazione esulta come allo stadio per il pericolo scampato. Ma è inutile attardarsi su questioni di merito ampiamente by-passate da un dibattito politico che si è occupato principalmente d’altro, sul quale è doveroso sviluppare una riflessione critica ed autocritica. Sono sempre stato convinto di quale fosse il segno regressivo della destra conservatrice al Governo, ma non al punto di ritenere sbagliata una cosa che considero giusta, perché il bene dei cittadini è avere una magistratura equa, neutrale, non politicizzata, moderna, che sappia correggere i propri errori, che rappresenti un ordine dello Stato e non un potere con le sue degenerazioni e le sue ambizioni. Le forze di progresso devono avere chiaro questo punto perché ritornare a trent’anni fa non serviva a questo Paese. E che presto o tardi bisognerà riparlarne. Non erano questi i migliori riformatori, non erano e non sono credibili, non era questo il modo né probabilmente il momento politico per occuparsi di Giustizia, e su questo va fatta ammenda per una scelta politica coerente ma separata dal contesto. Un voto che ha tante facce e tante ragioni anche diverse tra di loro che non esaurisce la sua portata nell’analisi matematica e non fotografa due schieramenti politici ma un caleidoscopio di posizioni. Su questo non ci si può per nulla dichiarare sconfitti. E ad ogni buon conto, diceva un nostro vecchio compagno che “le peggiori sconfitte sono quelle conseguenti a battaglie non date”. Non è stato questo il nostro caso.



