Un Governo impreparato ed indeciso inciampa sull’Ets e ci trascina verso la recessione

di Stefano Amoroso

Il destino, a volte, è beffardo. Lo scorso 18 febbraio il Governo Meloni ha emanato un decreto contro il caro energia atteso da almeno due anni, che noi abbiamo giustamente ed ampiamente analizzato, elogiandone gli aspetti positivi e criticando quelli negativi. Il decreto si basava sull’assunto di prezzi del gas e dell’elettricità stabili o in leggero calo nel breve e medio periodo. Dieci giorni dopo, con l’inizio di “Furia Epica” ed il “Ruggito del Leone”, ovvero le campagne militari rispettivamente di Stati Uniti ed Israele contro l’Iran, il prezzo delle materie prime energetiche è schizzato verso l’alto, minacciando di raggiungere e superare i picchi del febbraio 2022, quando le armate russe invasero l’Ucraina e lanciarono l’operazione speciale “Z” che ancora oggi continua, trasformata in una logorante guerra di attrito. Di fronte alla minaccia di un aumento vertiginoso dei costi dell’energia, che metterebbe seriamente a rischio la crescita economica ed il benessere dei cittadini, il Governo italiano non ha trovato nulla di meglio che chiedere una sospensione dell’Ets in sede europea. L’Ets, lo spieghiamo per i lettori che hanno minore dimestichezza con queste questioni, sta per Sistema di Scambio delle Emissioni (Emission Trading System in inglese), ed è il sistema europeo per ridurre le emissioni di anidride carbonica. Funziona così: l’Ue stabilisce un tetto massimo di emissioni; le aziende ricevono o comprano permessi (quote) per inquinare; se poi un’azienda inquina meno, allora può vendere le quote in eccesso. Se, invece, inquina di più, allora deve comprare quote aggiuntive. In pratica, si tratta della versione europea e contemporanea del vecchio principio “chi inquina, paga. Chi fa bene all’ambiente, guadagna”. In questo modo l’Europa è riuscita a diventare il Continente più ecologista ed attento all’ambiente del mondo, nonché l’unico nel quale le emissioni di CO2 sono in costante diminuzione da anni. L’Italia, in questo contesto, è un po’ la maglia nera (in tutti i sensi): riduciamo le emissioni più lentamente degli altri, concediamo minori permessi per costruire impianti rinnovabili e quelli costruiti entrano in funzione con anni di ritardo. Come tutti gli studenti in ritardo nella preparazione all’esame, ora vorremmo che la data della prova venisse spostata più in là, o che diventasse più facile. Ma gli studenti più diligenti e preparati (soprattutto quelli del Nord Europa) si oppongono, giustamente. Quindi l’Italia, che già nel decreto dello scorso 18 febbraio aveva previsto generosi rimborsi alle aziende inquinatrici, e dunque costrette a pagare i permessi Ets, non è riuscita a far approvare una sospensione, sia pure per un tempo limitato, del meccanismo europeo di tutela ambientale e della salute dei cittadini: ci sarà, infatti, solo una revisione tecnica, che era comunque già prevista. Sia chiaro: i ritardi accumulati dall’Italia sulle energie rinnovabili, le Fer, non sono imputabili solo al Governo Meloni: è da almeno dieci anni che non riusciamo a trasformare i buoni propositi in realtà. Colpa della burocrazia, dei regolamenti, della giustizia amministrativa che blocca tutto in presenza anche di un minimo ricorso, e di una generale opposizione di larghi strati della popolazione alla costruzione di infrastrutture, centrali ed impianti energetici. Però, certamente, un Governo stabile, che ha ampi numeri in Parlamento, e che governa in tredici Regioni su venti, come quello Meloni, avrebbe potuto e dovuto fare di più negli ultimi tre anni. Succede così che un sistema produttivo troppo dipendente dalle forniture di gas importato dall’estero, con una rete antiquata e fragile, e con troppe grandi imprese energivore ed inquinanti, si scopre particolarmente esposto agli shock esterni. L’unica cosa che ci potrà salvare, almeno nell’immediato, è che abbiamo una tale rete di gasdotti, a cui recentemente si sono aggiunti anche i nuovi rigassificatori, che ci permetteranno di differenziare le fonti di approvvigionamento. Inoltre, vista la buona propensione degli italiani a riempirsi i tetti di pannelli fotovoltaici e di costituire Comunità Energetiche Rinnovabili e Città Solari, si può sperare in una programmazione dal basso delle Fonti Energetiche Rinnovabili che, almeno in parte, sopperisca la carenza dall’alto. C’è poi la speranza che, dopo il “first reaction shock”, per dirla alla Renzi, del Governo Meloni, ci si metta seriamente al lavoro per programmare una maggiore produzione di energia da fonti alternative (rinnovabili e nucleare di nuova generazione) che ci renda veramente, e finalmente, indipendenti dagli sconvolgimenti esterni. Anche perché la sensazione è che dal Medio Oriente, ma anche dal Donbass e da altre zone calde del mondo, sentiremo ancora per un bel pezzo il rumore delle armi.

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