Trump il pasticcione ed il difficile sentiero per la pace in Ucraina

di Stefano Amoroso

Era il 5 agosto 1966 quando Mao Zedong, presidente del Partito Comunista Cinese ed ex Presidente della Repubblica Popolare Cinese, scrisse il suo primo e più famoso messaggio alle Guardie Rivoluzionarie: “bombardate il quartier generale”. S’istigavano così le cosiddette “guardie rosse” ad attaccare i vertici istituzionali. Quasi sessant’anni dopo quegli avvenimenti, il presidente degli Stati Uniti fa suo il motto maoista. Così, tentando di sovvertire circa ottant’anni di politica estera americana, trasforma la Russia da nemico a quasi amico e gli alleati europei in quasi nemici. O, comunque, dei vassalli da disprezzare pubblicamente. Solo così si può spiegare il piano di pace in vent’otto punti proposto in bozza al governo ucraino lo scorso 19 novembre. La bozza iniziale, scritta in un inglese imperfetto e chiaramente tradotta (male, peraltro) dal russo, faceva grandi regali a Mosca. Tra questi, la concessione ai russi di tutto il Donbass, inclusa la parte non ancora conquistata, e delle parti occupate delle altre province, il dimezzamento dell’esercito ucraino e la promessa di una sua futura esclusione sia dalla Nato, sia da altre alleanze militari che escludessero la Russia. In pratica, Putin avrebbe inglobato sin da subito una parte dell’Ucraina, ed il resto più in là: o per via pacifica, se fosse diventato presidente un candidato filorusso, o per via militare, se Kiev avesse provato a contrastare seriamente i propositi espansionistici di Mosca. La bozza di resa ucraina, perché di questo si trattava, ha suscitato un’enorme levata di scudi sia a Kiev, come è ovvio, che nelle principali cancellerie europee e presso tutta l’opinione pubblica occidentale. Inclusa quella statunitense. Una volta che Trump ha capito di aver commesso un grave errore di politica estera e che la sua proposta non sarebbe passata al Congresso degli Stati Uniti, è tornato sui suoi passi ed ha ridotto il piano di pace a diciannove punti, largamente rimaneggiati rispetto all’ipotesi iniziale. Il nuovo piano di pace, molto più favorevole agli ucraini, a questo punto ha suscitato le ire moscovite. Dopo il nulla di fatto dei colloqui a Ginevra del fine settimana del 21-23 novembre, la trattativa si è spostata in gran segreto ad Abu Dhabi. Ufficialmente negli Emirati Arabi Uniti ci sarebbero dovuti essere solo Trump e Zelensky, ma secondo il Financial Times con loro c’erano il segretario dell’Esercito americano, Dan Driscoll ed il capo dell’intelligence militare ucraina (Gru), il potente Kyrilo Budanov. E non è tutto: sempre secondo l’informato quotidiano britannico, negli Emirati ci sarebbe stata anche una delegazione russa. Se queste indiscrezioni fossero vere (ma fino ad ora non è pervenuta alcuna smentita da nessuno dei soggetti citati), vorrebbe dire almeno due cose: prima di tutto, che la bozza del 19 novembre è stata superata. Ed in secondo luogo, che siamo passati dal livello politico superiore a quello dei tecnici che operano sul campo, in primis militari, per verificare la fattibilità concreta delle proposte. Dunque, saremmo già ad un livello molto avanzato di analisi. D’altra parte, sul campo nessuno dei due fronti fa progressi: gli ucraini subiscono perdite e danni ingenti dai bombardamenti, ma negli ultimi tre anni hanno ceduto pochissimo terreno. I russi, dal canto loro, oltre alle gravissime perdite di soldati per conquistare solo il 2% del territorio ucraino negli ultimi tre anni, da un po’ di tempo subiscono una sistematica distruzione delle loro infrastrutture strategiche e dell’industria petrolifera, che costituisce la principale materia prima commerciata con l’estero, e fonte di valuta pregiata straniera che a sua volta serve ad acquistare tecnologie ed armi da tutti quei Paesi (in primis Cina e Corea del Nord) che gliele stanno vendendo a caro prezzo. L’opinione pubblica russa è stanca della guerra e, se è vero che le possibilità concrete degli ucraini di riconquistare il territorio perduto sono scarse, è altrettanto vero che le sanzioni internazionali cominciano a farsi sentire in Russia e l’economia vacilla. Quindi tutto giocherebbe a favore del cessate il fuoco e della pace, che è l’obiettivo dichiarato di tutti. E a nessuno fa comodo la pace come agli Stati Uniti, che così si potrebbero sganciare da una situazione complicata ed onerosa come quella ucraina, per potersi finalmente concentrare sulla ricostruzione del loro settore industriale e sugli scenari internazionali che sono cruciali per Washington: in primis, America Latina ed Indo-Pacifico. I desideri di mezzo mondo, però, sono appesi ai tweet di Trump ed al suo umore del momento: oggi maltratta Zelensky e domani lo esalta; un momento chiama gli europei “parassiti”, ed il momento dopo “alleati preziosi”. Insomma, che faccia pace col suo cervello e s’impegni veramente per una pace giusta. Lo deve agli alleati, agli ucraini che hanno sofferto terribilmente in tutti questi anni, ma anche ai tanti americani che, in due secoli e mezzo di vita della prima democrazia del mondo moderno, si sono sacrificati e sono morti, in tutto il mondo, per difendere la libertà e la democrazia. Trump può deriderli finché vuole e ritenerli anche dei poveri illusi, se crede. Ma se lui siede alla Casa Bianca, è anche perché qualcuno ha creato le condizioni che gli hanno consentito di candidarsi ed essere eletto.

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