Trump e la retorica del bullo: quando l’aggressività diventa consenso

di Rossano Pastura

Il mondo sta scivolando verso il baratro. Parole come guerra, epidemie, diseguaglianze economiche e sociali, riarmo, affamamento, sono tornate nel nostro vocabolario. E non casualmente. Molti leader internazionali usano il linguaggio, verbale e fisico, come strumento di aggressione. Pensiamo al presidente degli Stati Uniti d’America, l’apoteosi di tutto ciò. Le parole di Donald Trump non passano mai inosservate. Impossibile ignorare l’impatto – elettorale, culturale e retorico – che il 47° presidente degli Stati Uniti (già 45°), ha sulla scena politica americana e globale. “The Donald” non si limita a contraddire gli avversari: li ridicolizza, li etichetta, li espone al pubblico ludibrio. È la dinamica del bullo trasferita sulla scena politica globale: afferma sé stesso intimidendo o marginalizzando gli altri; crea un “noi contro loro”, utilizza il linguaggio come strumento di potere e dominazione. Trasponendo queste caratteristiche sul piano politico, si possono riconoscere alcuni elementi costanti nel modo di comunicare di Trump: la scelta di classificare gli avversari come “perdenti”, “stupidi”, “incapaci”. Nel corso della commemorazione funebre per Charlie Kirk, ucciso il 10 settembre scorso, ha detto dal palco: “Io odio i miei oppositori”. Fin dalla sua prima campagna elettorale (2016), Trump ha fatto del disprezzo un tratto distintivo: ha deriso disabili, giornalisti, rivali politici, donne. Ha definito i migranti “criminali”, ha insultato i leader stranieri con soprannomi sprezzanti, ha trasformato i social media in un’arena di scontro permanente. In questo modo ha dato voce – e legittimazione – a un modo di comunicare basato sulla sopraffazione e sulla forza. Il bullo domina attraverso la paura e la semplificazione: divide il mondo tra vincenti e perdenti, forti e deboli, amici e nemici. Trump applica questa logica. Il suo linguaggio mira a consolidare il gruppo dei fedeli, alimentando il senso di appartenenza contro un altro da colpire: i media, gli intellettuali, le minoranze, il sistema. Esempi? Basta fare un giro nel web. Tra i più recenti il video con King Trump che alla guida di un jet sgancia letame sui manifestanti del No Kings Day. Un’operazione retorica che mina la legittimità morale degli avversari, attaccando la dignità altrui. L’azione di “ridicolizzare” gruppi o avversari è costante, si costruisce un nemico collettivo da colpire, da dare in pasto ai propri sostenitori. Perché funziona? Perché questo approccio ha avuto – e continua ad avere – successo? Quali sono le conseguenze sul piano democratico? Funziona perché viene percepito come autentico, reale, da underdog (vi dice qualcosa?); “uno di noi” dicono i suoi sostenitori. Vista la sfiducia verso le élite politiche, il linguaggio aggressivo e “diretto” appare genuino, senza filtri, popolare. In secondo luogo vi è l’esaltazione delle emozioni contro le argomentazioni. Il discorso di Trump non si fonda su ragionamenti articolati; piuttosto scatena pulsioni – paura, rabbia, orgoglio identitario – e semplifica: “noi buoni”, “loro cattivi”. Questo schema è funzionale al bullo: non cerca la persuasione razionale, ma consensi immediati. Uno studio del 2022 della Cornell University, ha rilevato che la tonalità negativa nella politica Usa è aumentata drasticamente con la sua campagna del 2016. Il terzo elemento di successo è rappresentato dalla polarizzazione e consolidamento del gruppo. Quando si attacca un nemico interno o esterno, si rafforza il gruppo che sta “dalla tua parte”. Il bullo individua il capro espiatorio e galvanizza i propri sostenitori. Trump lo fa regolarmente con i media, l’opposizione democratica, le minoranze. Se l’attenzione mediatica è massima, l’attacco diventa spettacolo. Tutto ciò ha un impatto negativo sulla democrazia. Questo stile pone problemi reali: riduce lo spazio del confronto ragionato, aumenta l’aggressività verbale nella sfera pubblica, legittima un linguaggio che mina la fiducia reciproca e la tolleranza. Conoscere queste dinamiche non significa solo accusare Trump di scarsa etica politica, ma capire che il suo stile è diventato parte del “modo di fare” politica. Da questo derivano due questioni importanti: la prima la contagiosità del modello. Quando un leader usa sistematicamente modalità da bullo, queste vengono imitate da altri attori politici (vedi i leader della destra italiana) e dalla base elettorale. Questo abbassa il livello del discorso pubblico, rende più difficile il confronto democratico e la coesione sociale. La seconda è la responsabilità del cittadino che accetta che il linguaggio aggressivo diventi la norma. Il bullo si afferma perché trova audience, consenso, voti, visibilità. L’invito è a riflettere non solo su Trump, ma su ciò che sta succedendo nella società: la fine del rispetto reciproco e del dibattito argomentato. E allora cosa possiamo fare di fronte a questo “circo”? Donald Trump, nella sua retorica e nei suoi metodi comunicativi, ha incarnato –amplificato dai media e dai social – la figura del bullo politico. Non è solo un problema personale, ma un fenomeno che indica la direzione in cui sta andando parte della politica contemporanea: verso la deriva dell’aggressione verbale, della polarizzazione, della delegittimazione dell’avversario. Comprenderlo significa porsi una domanda: quale tipo di leadership vogliamo? Se accettiamo che la prevaricazione verbale sia efficacia politica, usciamo da una democrazia deliberativa e entriamo in un’arena dove chi urla più forte vince. E questo non è solo un pericolo: è un rischio per la qualità stessa della convivenza democratica.

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