Tra demagogia e confusione. La scelta socialista del Sì

di Bobo Craxi

Abbiamo condotto una campagna referendaria sino a questo momento lineare e chiara; in mezzo a tanta confusione, tanta demagogia, tanta approssimazione nella lettura dei fatti, la scelta socialista di non respingere la mini riforma sulla separazione delle carriere ha avuto il merito di restare in un perimetro strettamente circoscritto dal significato giuridico che una scelta di questo tipo assume. Naturalmente la giustizia è materia complessa, abbraccio certamente la necessità di coinvolgimento degli operatori del diritto, della corporazione dei magistrati, delle camere penali e questo dibattito, lungo ormai da quarant’anni, ha finito per richiedere il pronunciamento dei destinatari finali delle sensibili modifiche all’attuale ordinamento che sono sempre i cittadini, ovvero gli arbitri che hanno la possibilità attraverso un sistema democratico di esprimere il loro orientamento. Certamente quest’ultima non poteva non risentire della lotta politica che attorno alla questione giudiziaria si è agitata per oltre un quarantennio, dove giustizialismo e garantismo hanno incrociato le loro armi, sovente in una lotta impari che ha visto sempre prevalere le ragioni generali, promosse in particolare dai settori organizzati dalla magistratura, che hanno fatto prevalere un elemento conservatore rispetto ad un elemento rinnovatore. Il fatto che sia un governo guidato da un partito che non ha mai nascosto le proprie inclinazioni giustizialiste a promuovere il completamento della riforma del codice che porta la firma di un’insigne giurista socialista (Giuliano Vassalli che si fece lungamente sostenere da un giurista altrettanto autorevole come Giandomenico Pisapia anche egli d’ispirazione progressista) è certamente questione che si è prestata ad essere mal giudicata e spesso anche travisata da settori elettorali progressisti, anche a causa dei toni e dei temi che sono stati prescelti per spingere al voto gli italiani su questa mini riforma. Ed è così che si sono ammucchiati su questa campagna referendaria migliaia di detriti dialettici che sarà difficile rimuovere, talie e tanti sono stati gli argomenti populisti di enorme suggestione ma di nessuna attinenza con la questione in ballo. Incominciamo a dire che il punto nevralgico nel ruolo della magistratura in una democrazia libera come la nostra fu inserire in Costituzione la necessità che essa fosse autonoma e indipendente, e questo fu il merito di laici e di socialisti che non vollero per nessun motivo rischiare di determinare una correlazione o un assoggettamento del corpo giudiziario a quello politico. Bene quell’autonomia e quella un’indipendenza, a cui si deve aggiungere il principio di inamovibilità del magistrato, rimangono ben scolpiti in Costituzione nell’articolo 104 e nell’articolo 107, ragione per la quale l’argomento più insidioso utilizzato dai sostenitori del No continua essere anche quello più falso. Si determina si un cambiamento separando le carriere e si determina certamente un cambiamento dando vita a due ordini di amministrazione delle funzioni ben distinti (forse l’aspetto meno convincente dell’impianto riformatore che forse avrebbe dovuto prevederne e mantenerne uno soltanto). L’insistenza con la quale ci si è opposti alla proposta di contestare la prassi del sorteggio dei membri togati del Csm perché considerato organo “rappresentativo” dei magistrati, ha fatto il paio con lo strafalcione giuridico con cui si è interpretata la nuova funzione del Pm, che esce consolidata e rafforzata nella sua autonomia al pari dell’obbligatorietà dell’azione penale che resta invariata. Il voto del 22-23 marzo ha offerto il fianco per essere interpretato come un voto politico; il fronte governativo al pari di quello di opposizione chiedono nei fatti un voto di fiducia per sé: qui sta la difficoltà del fronte del Sì di opposizione nell’esprimere il proprio consenso garantista, disallineandosi da chi propone i quesiti referendari. Ma ad un No esclusivamente “tattico” che si disancora dalla storica cultura giuridica del socialismo italiano si è preferito esprime un Sì laico e di ragione. L’alternativa a questo è che tutto resti così com’è. Non è difficile affermare che così com’è la giustizia italiana non va bene e che un segnale di cambiamento determina una robusta condizione affinché si consegni all’avvenire un solido e appropriato testimone per migliorare quel che va migliorato, aggiustato quel che sarà necessario aggiustare, lontano dalla tenzone elettorale riavvicinando le migliori e ragionevoli posizioni del Sì e del No.

 

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