di Angelo Lucarella
La separazione delle carriere è una storica battaglia di civiltà che per decenni ha unito quasi tutte le declinazioni politiche possibili pur non giungendo mai alla sua nascita costituzionale. È quindi incredibile ed assurdo, al contempo, che il fronte del No (partecipato prevalentemente da fermenti politici storicamente a favore e ora, invece, da retrivismo) stia propagandando che la riforma in atto sia pericolosa perché ad esempio, modifica troppi articoli della Costituzione; sottoporrebbe la magistratura al potere esecutivo; il sorteggio laico e quello togato non sarebbero in linea con lo spirito di parità di trattamento previsto dalla Costituzione. Quanto al primo punto è davvero risibile: con la riforma del 2001, relativa al Titolo V, sono stati toccati ben quindi articoli della Costituzione di cui cinque abrogati e dieci modificati. Se il metro di valutazione del fronte del No è numerico, allora, visto il precedente storico si avrebbe, ad oggi, un motivo in più per votare Sì al referendum. Quanto al secondo punto, l’articolo 104 della riforma in essere riporta espressamente che la magistratura è e rimane indipendente ed autonoma. Semmai va tenuto conto di un fenomeno opposto che, dagli anni Novanta in poi, si è cristallizzato sempre più: la massiccia presenza di magistrati nel potere esecutivo. Solo pochi mesi fa il Fatto Quotidiano pubblicava (il 15 novembre 2025 per l’esattezza) che più di duecento magistrati sono impiegati come capi di gabinetto, direttori di ministeri, esperti di ambasciate, consulenti legislativi. Il vero problema, infatti, è proprio quest’ultimo: il potere giurisdizionale si è insinuato nel potere esecutivo. Quindi chi afferma che la riforma costituzionale in atto debba essere bocciata perché provocherebbe un assoggettamento del Csm al potere esecutivo non solo dice una infondatezza, ma una conclamata falsità. Quanto al terzo punto, si dubita si conosca l’ingranaggio costituzionale in quanto il Csm è un organo di alta amministrazione e non un organo dove si riversa la rappresentanza e la rappresentatività della magistratura in quanto corpo intermedio legato al principio della sovranità popolare di cui all’articolo 1 della Costituzione. Detto riversamento spetta, per natura costituzionale stessa, al potere legislativo (cosa diversa dal potere esecutivo) come già avviene in altre situazioni costituzionali (ad esempio, l’articolo 135 della Costituzione riguardo alla messa in stato d’accusa del Presidente della Repubblica, così come l’articolo 102 che prevede forme e casi di partecipazione del popolo all’amministrazione della giustizia). Sicché, il diverso presupposto di sorteggio tra membri laici e togati nel Csm, ideato dalla riforma in questione, è costituzionalmente necessario oltreché in linea con la sua genetica giuridico-funzionale. In buona sostanza, oggi il nostro Paese è davanti ad un bivio: liberare il Csm dalle correnti e migliorare l’imparzialità del sistema giudiziario serve, quindi, ad adeguare la Costituzione al principio di equo processo previsto dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Ciò vale a maggior ragione dal momento che l’Italia è da anni condannata dalla Corte di Strasburgo per la violazione di detto principio unitario e che il detto equo processo è cosa diversa dal giusto processo previsto dalla Costituzione italiana, poiché il primo riguarda l’imparzialità del sistema giustizia mentre il secondo è relativo al giudizio in quanto tale. In questa ottica, pare incredibile come fino a pochi mesi fa noti magistrati, politici e giuristi fossero a favore del sorteggio, della istituzione dell’Alta Corte disciplinare e della separazione delle carriere stessa ed ora non più. In primis, Gratteri e De Magistris che, con voli pindarici sul piano giuridico, hanno dichiarato che voteranno No al referendum disconoscendo ciò in cui per anni hanno spinto idealmente. A parte la poca credibilità (sopraggiunta o meno) di tali giravolte, ci dovremmo domandare fino a che punto sia genuino e libero cambiare idea così, tutto d’un tratto e senza reali motivi a sostegno. Come Paese, pertanto, abbiamo diritto a sapere se esistono eventuali ricatti – latenti, velati o sottotraccia – all’interno del sistema di potere giurisdizionale tra magistrati. Ne va della serietà della magistratura e della libertà di tutti gli italiani.



