Separare per unire

di Redazione

In un Paese dove la fiducia nella giustizia è fragile, la riforma costituzionale che separa le carriere tra giudici e pubblici ministeri rappresenta più di un intervento tecnico: è una scelta di maturità democratica. Dire “sì” non significa attaccare la magistratura, ma completare un percorso di chiarezza e coerenza iniziato oltre trent’anni fa, con la riforma del Codice di procedura penale del 1989, il cosiddetto Codice Vassalli. Con quella riforma l’Italia abbandonò il modello inquisitorio e adottò un sistema accusatorio, in cui accusa e difesa si confrontano ad armi pari davanti a un giudice terzo. Ma l’ordinamento della magistratura (rimasto unito) è rimasto ancorato a una logica precedente, nella quale chi accusa e chi giudica fanno parte dello stesso corpo e possono persino scambiarsi di ruolo nel corso della carriera. Questa ambiguità, per i sostenitori del “sì”, mina il principio stesso di terzietà del giudice. Come ricordava Piero Calamandrei: “la fiducia nella giustizia nasce dalla convinzione che chi giudica non parteggi per nessuno”. Separare le carriere significa trasformare quella convinzione in una garanzia strutturale: due percorsi diversi, due funzioni distinte, un solo fine “la tutela dei diritti.”

La riforma e il nodo dell’articolo 112

Nel dibattito si affaccia anche l’ipotesi (discussa ma significativa) di intervenire sull’articolo 112 della Costituzione, che oggi stabilisce il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale. Questo principio, nato per evitare arbitrii e discriminazioni, impone al pubblico ministero di perseguire ogni reato di cui venga a conoscenza. Ma nella pratica, di fronte a carichi di lavoro insostenibili, ciò si traduce spesso in una selezione di fatto: non tutto può essere indagato, e le priorità finiscono per essere scelte in modo implicito, senza trasparenza. Modificare l’articolo 112, affiancando alla separazione delle carriere una disciplina chiara dei criteri di priorità, significherebbe rendere l’azione penale più razionale e controllabile democraticamente, senza intaccare l’autonomia del magistrato. Non un indebolimento, ma una forma di responsabilità verso i cittadini, che hanno diritto a sapere come vengono impiegate le risorse della giustizia.

Completare la promessa del Codice Vassalli

Il Codice Vassalli del 1989 gettò le basi di un processo moderno, accusatorio e garantista. La riforma costituzionale di oggi, insieme a una possibile revisione dell’articolo 112, rappresenta il completamento naturale di quella svolta: rendere coerente la forma del processo con la sostanza dell’ordinamento. Come scrisse Sabino Cassese: “l’imparzialità non è una virtù morale, ma una costruzione istituzionale”. Questa intuizione di Sabino Cassese anticipa le ragioni del no al referendum costituzionale che si basano prevalentemente sulla esperienza concreta che vede pochissimi magistrati cambiare funzione nel corso della loro carriera. Questa questione non è però indicativa, perché pure se i magistrati non cambiano funzione (o lo fanno in numeri ridottissimi) l’imparzialità appare appannata dall’attuale sistema di colleganza in un unico corpo giudiziario che racchiude pubblici ministeri e giudici.

E costruire istituzioni più chiare significa rafforzare, non limitare, la democrazia

In quasi tutte le democrazie europee la distinzione tra giudici e pubblici ministeri è già una realtà, e ciò non ha mai compromesso l’autonomia della giustizia. Dire “sì” alla riforma (anche con il coraggio di ripensare l’articolo 112) non è un atto di rottura, ma di fiducia: fiducia nello Stato di diritto, nella Costituzione viva, e nella possibilità di una giustizia più trasparente, più responsabile e più credibile. Questo referendum è una prova di coraggio e di maturità del sistema politico ed istituzionale perché costringe tutte le forze politiche a dare un contributo al dibattito e impone ai cittadini e agli operatori della giustizia di misurarsi con principi e idealità e non soltanto con gli slogan o le appartenenze della politica quotidiana.

“I socialisti hanno sempre sostenuto la separazione delle carriere, perché rappresenta un principio di equilibrio tra accusa e difesa e un presidio di imparzialità per il giudice. Tuttavia l’intervento avrebbe dovuto inserirsi in una riforma più ampia e organica dell’intero sistema giudiziario, che da anni soffre di inefficienze e limiti strutturali”. Lo sottolinea Enzo Maraio, segretario nazionale di Avanti Psi, a margine di una iniziativa a Salerno. “Ora il rischio – spiega – è che il referendum diventi terreno di uno scontro politico esasperato. La giustizia italiana non reggerebbe un nuovo clima di contrapposizione, che finirebbe per minare ulteriormente la fiducia dei cittadini e la credibilità della magistratura. Serve un dibattito serio e responsabile, non una campagna ideologica”, aggiunge Maraio. “Rivolgiamo un appello al Presidente Mattarella perché inviti, dall’alto della sua autorevolezza, le forze politiche a vivere questo passaggio nel pieno rispetto delle istituzioni e dell’autonomia della magistratura” aggiunge. “I socialisti – conclude – rivendicano le loro battaglie ma non possono tacere davanti ad una preoccupazione evidente: così come ci siamo avviati non reggeremo e faremo danni irreparabili al sistema giustizia”.

 

 

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