Roggero e Fakir: “martiri” vittime di propaganda di destra e di sinistra. La sfiducia nelle istituzioni arma violenza e populismo

di Stefano Amoroso

Nell’estate in cui il 40 (quaranta!) percento degli italiani hanno rinunciato a fare qualunque, sia pur minima, vacanza, con l’inflazione galoppante ed i salari stagnanti, sotto temperature roventi che stanno mettendo a dura prova il lavoro ed il benessere quotidiani di tutti, a fare notizia sono due casi di cronaca: da un lato, la condanna definitiva del gioielliere Mario Roggero, per aver inseguito e freddato alle spalle due dei tre rapinatori che avevano appena svaligiato il suo negozio (il terzo ladro è stato gravemente ferito) nel 2021. Il secondo fatto di cronaca, invece, è la morte in circostanze ancora da chiarire dell’italo-marocchino Abderrahim Fakir, mentre era in stato di arresto da parte della Polizia, a Bologna. Due dolorosi fatti di cronaca locale che, in altri momenti, sarebbero forse rimasti confinati nelle pagine interne dei quotidiani. E invece, eccoli assurgere a notizie da prima pagina, degne dell’apertura di giornali e telegiornali a diffusione nazionale. Non è neanche la prima volta che accadono fatti simili: per esempio nel 2024, a Milano, Eros Di Ronza ed un complice entrarono in un bar gestito da cinesi e rubarono dei gratta e vinci. Inseguiti dai titolari, furono accoltellati ripetutamente e il Di Ronza morì dopo una lunga agonia. Per quei fatti, gl’imprenditori italo-cinesi sono stati condannati a 17 anni di reclusione (tre in più di quelli richiesti dal Pm), senza che questo abbia provocato levate di scudi da parte della politica e, d conseguenza, dell’opinione pubblica. Anche l’episodio che ha coinvolto Fakir ha un precedente: era il 2014 quando Riccardo Magherini, professionista quarantenne di Firenze, veniva fermato dalla Polizia: era in preda ad un delirio dovuto all’assunzione di droghe e stava dando di matto in mezzo alla strada. Nel tentativo di immobilizzarlo per ammanettarlo, i poliziotti lo soffocarono e lo uccisero: una dinamica simile a quella bolognese, ancora nmon chiara. Per questo, a tutt’oggi, sono sotto processo per omicidio colposo. Fatti di cronaca terribili ma purtroppo ordinari, come dicevamo, in un Paese nel quale la microcriminalità e la tossicodipendenza sono fenomeni tristemente diffusi. Però, in questa rovente estate del 2026, complice anche il clima preelettorale, Roggero e Fakir sono diventati dei simboli e degli eroi, rispettivamente, per una parte della destra e per una frazione della sinistra. Entrambe pronte a scommettere, ed è questo il filo che unisce due fatti tra loro diversissimi, che i giudici che hanno condannato Roggero, ed i poliziotti che hanno fermato Fakir, siano colpevoli. In entrambi i casi, dunque, è lo Stato ad essere finito sul banco degli imputati. Nonostante la mancanza di prove, ed anzi, nonostante diversi elementi dicano che, sia in un caso che nell’altro, si sia operato con cautela e rispetto delle normative vigenti. Ma cosa si vuole che importi tutto ciò, a segmenti dell’elettorato sempre più convinti che il Sistema (con la S maiuscola, ovviamente) ed i Poteri Forti, per chissà quale motivo, ce l’abbiano con loro: gli esercenti, da un lato, ed i lavoratori di origine extracomunitaria dall’altro. Roggero è un gioielliere piemontese, mentre Fakir era uno stimato lavoratore che viveva in Italia da quando aveva sette anni: dunque non stiamo parlando di disadattati, di vite al limite o di soggetti che provengono da ambienti marginali della società. Inseguire dei malviventi in fuga, sparargli e poi accanirsi contro i loro cadaveri, come ha fatto Roggero, non è un comportamento accettabile in nessun Paese civile, e in nessun caso. Anche perché il pericolo era ampiamente cessato. Così come assumere sostanze stupefacenti ed aggredire cose e persone che non c’entrano niente con il tuo disagio personale, come ha fatto Fakir, non è tollerabile. Prima di eleggere certi soggetti a simboli e “martiri”, pertanto, dovremmo pensarci bene. E poi c’è, naturalmente, il punto di vista dei magistrati e delle forze dell’ordine, che sono dipendenti dello Stato specializzati e formati per svolgere lavori particolari. Non sono infallibili, naturalmente, ma da qui a definire il sistema come marcio o non funzionante ce ne corre. Anche perché l’Italia continua ad offrire ampie garanzie ad ogni accusato, che resta innocente fino a prova contraria e fino all’ultimo grado di giudizio. Una piccola osservazione, tuttavia, la vorremmo fare: la sfiducia crescente nei confronti dello Stato e delle sue istituzioni (politica, amministrazioni, giudici, forze dell’ordine, burocrazia, stampa libera, università e così via) è una faccenda seria che ha radici antiche ma innesti recenti, da Tangentopoli in poi. Ci sono almeno due forze politiche presenti in Parlamento (Movimento Cinquestelle e Lega) che hanno costruito gran parte delle loro fortune sulla critica al sistema vigente e sulla necessità di cambiarlo. E poi, quando ne hanno avuto la possibilità, hanno fatto ben poco per cambiare. Tutto ciò, evidentemente, non aiuta a rinsaldare la fiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni. Anche perché ci sono dei fatti oggettivi: il senso d’insicurezza costante che si vive in tante aree metropolitane e periferie, unito alla lunghezza dei processi ed all’incertezza sull’esecuzione della pena, sono tutti fenomeni di degrado più volte denunciati, anche sulle pagine di questo giornale. Servirebbe quindi, da un lato, fermezza nel difendere lo Stato e le sue istituzioni, dall’altro efficacia e decisione nel correggere le storture del sistema. Come voleva fare la riforma della giustizia bocciata con referendum lo scorso marzo. Noi socialisti, eterne Cassandre della giustizia italiana, lo avevamo detto. Purtroppo, si è scelto di politicizzare un tema serio e che riguarda ogni cittadino. Così, però, abbiamo perso tutti.

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