di Giada Fazzalari
È stato brusco e privo di motivazioni l’annuncio della dismissione del secondo e del terzo giornale italiano da parte dell’ex impero Fiat e proprio il carattere originalissimo di questa vicenda suggerisce a Fabio Martini, dal 1989 firma de “La Stampa”, una lettura diversa da quelle prevalenti in questi giorni. «I redattori della Repubblica e della Stampa fanno benissimo a tenere alto l’allarme nel sistema politico-mediatico perché in questo modo stanno salvaguardando un interesse pubblico – disporre di una informazione indipendente e corretta – ma al tempo stesso suggeriscono anche ai nuovi proprietari l’unica strada per rendere “competitivo” il loro investimento: esaltare, e non deprimere, la forte identità di quei due giornali. E al tempo stesso questa dismissione ci racconta una realtà più grande: è oramai alle nostre spalle la stagione dei giornali carismatici, quelli che col credito conquistato in decenni, risultavano affidabili come delle istituzioni». Da 34 anni alla Stampa, Fabio Martini ha fatto parte – assieme a Filippo Ceccarelli, Augusto Minzolini, Pierluigi Battista, Maria Teresa Meli – della “squadra” che negli anni Novanta ha cambiato il modo di fare informazione politica grazie a due format – settimanalizzazione delle notizie e retroscena – che per diversi anni, prima di diventare spesso “manierismo”, hanno fatto scuola.
I giornalisti di Repubblica conducono una sacrosanta battaglia per l’indipendenza di un giornale che tuttavia nel passato è stato un giornale-partito, schieratissimo a favore e contro…
«Verissimo. Eugenio Scalfari è stato fondatore e artefice di uno dei rari miracoli editoriali del dopoguerra: la nascita di un giornale che è arrivato a superare, sia pure brevemente, il Corriere. Un gran giornale che, certo, “faceva” politica con gli editoriali chirurgici di Scalfari, a loro volta “circondati” da articoli che restituivano un’informazione coi fiocchi su ogni questione, compresi gli “amici” del direttore. Quella qualità “erga omnes” è la differenza con gli attuali giornali-partito, di destra o populisti, nei quali “linea” e contributi giornalistici sono monocolori».
Ma non sarà complicato conferire questo patrimonio alla “nuova” Repubblica battente bandiera greca?
«Invitare i nuovi proprietari a credere nel patrimonio professionale e nell’identità delle testate Gedi è la scommessa anche di tutte le altre redazioni del gruppo, a cominciare da quelle che hanno una storia più breve ma assai rispettata come Huffington post e Radio Capital. E d’altra parte i nuovi probabili proprietari, greci a Roma e veneti a Torino, che interesse avrebbero a svuotare l’identità di quei giornali, determinando un corto circuito fulminante tra nome della testata e contenuti del tutto diversi? Per La Stampa sbagliato sottovalutare le ambizioni della cordata veneta guidata da un imprenditore come Enrico Marchi e da un manager con un passato da direttore di giornale come Paolo Possamai».
Ma in un articolo per Professione reporter non sei stato proprio tu che hai scritto che lo “stile Stampa” viene da lontano? Questi giornali non hanno perso parte dell’appeal di un tempo?
«Un tempo è stato proverbiale lo “stile Stampa”, prodotto di tre stratificazioni: il giornale alto e basso tra 1948 e il 1968 di Giulio De Benedetti, il giornale arioso di Alberto Ronchey, la rivoluzione di Paolo Mieli che seppe riempire il vuoto lasciato dalla politica ai tempi di Tangentopoli. Lo stile Stampa era la somma di tanti fattori, compreso lo sguardo curioso di Gianni Agnelli. Una volta mi dissero dal centralino: Fabio, ti chiamerà l’Avvocato…».
Era vero?
«Verissimo. Si presentava in Parlamento il governo D’Alema, il primo guidato da un “comunista”. L’Avvocato voleva sapere, voleva capire. Altro stampo».
E tutta questa storia vista con gli occhi dei cittadini-elettori?
«Oramai il modo di informarsi è cambiato, i giornali-istituzione non esistono quasi più e tuttavia l’informazione di qualità avrà sempre un mercato. Come lo ha sempre avuto».



