REPORTAGE DALLA COSTA D’AVORIO Le due figlie di Aya. Storia di donne in un Paese che resiste

di Giovanni Pincigalli, Regista cinematografico e ricercatore d’antropologia e storia

Nel 2005 uscì il fumetto “Aya de Yopougon” la storia di una ragazza che vive in uno dei quartieri più mondani di Abidjan, capitale della Costa d’Avorio. Aya è una studentessa che sogna di diventare medico. Ma le sue amiche, Adjoua e Bintou, pensano più alle serate in discoteca e alle avventure con i ragazzi. Con umorismo e realismo viene dipinta una generazione di ragazze che aderisce alla tradizione (e alla religione), ma laicamente, vivendo l’amore e il sesso con romanticismo, passione e curiosità, tra avventure, tradimenti e fidanzamenti. Il fumetto ha conosciuto un enorme successo in tutta l’Africa francofona oltre che in Québec e in Francia. Tanto, che da allora sono stati pubblicati otto tomi, e nel 2013, ne è stato tratto un divertente film di animazione. La storia si svolge negli anni ‘70. Cinquanta anni dopo, chi sono le Aya di oggi? Di sicuro vivono in un Paese diverso e in piena espansione (grazie agli investimenti cinesi) che si arricchisce di suggestive e moderne infrastrutture: stadi, grattacieli e ponti. E che dire della Torre F, già famosa prima ancora di essere ultimata? Sarà la torre più alta d’Africa. Anche i nuovi campus universitari sono un fiore l’occhiello. Chi scrive si trova in uno di essi. È bellissimo ed attrezzatissimo. Ed è qui che trovo Fanta e Rose, che indossano la divisa unisex del campus: camicia bianca, pantaloni e cravatta celesti. Anche per loro due, Aya e le sue amiche, sono eroine celebri. Fanta ha un viso gentile, timido e serioso che dondola dolcemente sotto una piccola corona di dread. Scopro che è musulmana praticante. Mi confessa che quando si reca nel villaggio natale, indossa il velo, ma qui non lo porta. Allo stesso modo se emigrasse in Europa bacerebbe in pubblico il proprio ragazzo, cosa che qui non farebbe. Non dorme nel campus ma in casa dal suo “tutore”. Pensavo che si trattasse di una sorta di padre adottivo o di istruttore. Ma non è così. Infatti, nonostante il fatto che le tasse universitarie e l’affitto della camera al campus siano abbordabili, Fanta proprio non ce la fa. Così, di prestazioni domestiche, il tutore le offre vitto e alloggio ma nessuna paga. Viene spesso sgridata. Ma le piace essere attorniata dai bambini. Anche se la tradizione esige di restare vergine sino al matrimonio, Fanta ha già avuto rapporti sessuali. Il suo ragazzo è emigrato in Marocco. Lo sente distante, tanto che crede che si sia trovato un’altra. Fanta studia turismo sostenibile. S’ispira all’agriturismo italiano. Oltretutto con sua madre vende miele artigianale e biologico, ma solo a conoscenti. Guadagna poco, ma non si perde d’animo. Lo vede come l’inizio di un’attività familiare di sole donne. Incontro poi Rose, una ventenne cristiana e praticante. Ha modi scherzosi, ironici e buffi. Sembra una ragazza molto spensierata. Eppure, ha un segreto da svelare. Da bambina fu abusata sessualmente dal fratellastro. Ma nessuno in casa le ha voluto credere. Anche sua madre, con cui ha un rapporto intenso e amoroso, ha sempre sminuito la vicenda, non perché non le credeva, ma per evitare scandali. È al primo anno di alberghiero. Anche Rose ha un ragazzo emigrato e al pari di Fanta, ritiene che l’emigrazione abbia frantumato la loro unione. Mi racconta di un suo compagno di classe dichiaratamente omosessuale che vive nel campus e che tutti rispettano. L’omosessualità non è un reato, ma neanche permessa. Tutti coloro con cui ne parlo, mi dicono che la legge è ambigua: Si può e non si può. O meglio puoi dire di esserlo, ma senza effusioni pubbliche. Rose afferma che molte sue coetanee sono lesbiche o bisessuali. Una sua amica pur avendo un ragazzo, frequenta di nascosto altre ragazze. Nel campus è vietato ai ragazzi di entrare nei dormitori riservati alle ragazze e viceversa. Mi dice che “gli innamorati’ si nascondono dietro siepi ed alberi che si trovano alle estremità del campus. Altri vanno in hotel a basso costo. Ma in linea di massima i giovani rispettano, a parte qualche occasionale e leggera trasgressione, le regole del campus e le norme della tradizione. Il matrimonio e la famiglia sono l’obiettivo principale, seguito dall’ottenimento di un titolo di studio e da un buon lavoro. Vanno in gita sulla spiaggia dove si scagliano le onde alte e mosse dell’Atlantico. Hanno fondato un cineclub ma anche gruppi di lettura religiosa e di preghiera sotto il cielo stellato. Amano, divertendosi di gusto, ballare assieme le danze africane. In Africa divampano chiese evangeliste e pratiche islamiste, fenomeni quasi sconosciuti ai tempi di Aya. Ma rispetto ad altri Paesi africani, la Costa d’Avorio resiste ancora, fiera della sua laicità e del suo carattere bi-religioso. Infatti, le due terribili guerre civili degli anni duemila erano politiche e non religiose. Le coppie cristiano-musulmane non sono la norma, ma neanche un’eccezione. In genere, uno dei due coniugi, secondo i codici religiosi, ma non quelli civili, deve convertirsi alla religione dell’altro. A tal proposito mi viene in mente una frase di Fanta: «Non avrei difficoltà a sposarmi con un cristiano o un bianco. Ognuno, praticherà la religione che vuole nel rispetto reciproco. In fin dei conti è lo stesso Dio». E aggiunge «Al limite, accetterei anche un ateo, l’importante è che sia con me rispettoso, dolce, innamorato e sincero». Cinquanta anni dopo, Fanta e Rose appaiono come le due figlie naturali di Aya, l’eroina di una gioventù femminile, colorata, coraggiosa, tradizionalista, moderna, studiosa, che sembrano dirci, parafrasano il titolo di un bellissimo documentario femminista di Alina Marazzi «Assieme all’emancipazione, vogliamo anche (ed ancora) le rose».

 

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