Referendum sulla separazione delle carriere Tutte le fandonie del fronte del no

di Lorenzo Cinquepalmi

È istruttivo e illuminante leggere quello che scrivono sui social media i sostenitori del no al prossimo referendum costituzionale per la conferma della riforma sulla separazione delle carriere dei giudici da quelle dei pubblici ministeri. Istruttivo perché chiarisce a quale livello di disinformazione sia disposto ad arrivare il fronte del no pur di provare a ribaltare un risultato che, nelle previsioni, si presenta a loro sfavorevole. Illuminante perché il tono aggressivo e le espressioni al limite del vituperio sono un sintomo preciso di come il fronte del no stia pescando in ambienti e mentalità che ci si dovrebbe augurare di vedere sempre più ai margini della società civile. Uno degli argomenti più usati anche da chi cerca di andare oltre gli slogan, è quello per cui “la separazione delle carriere di fatto è già in atto con le riforme che si sono succedute” sottolineando che, con l’ordinamento attuale, i passaggi dei magistrati tra funzione giudicante e requirente sono limitati a uno nella carriera, e con trasferimento. La mistificazione risiede nel fatto che la separazione delle funzioni non è separazione delle carriere. La carriera resta unica e, infatti, il consiglio che le gestisce, deliberando promozioni e trasferimenti, è unico, coi Pm che votano sulle promozioni dei giudici. Negare che questo sia un grave condizionamento del giudice terzo da parte della funzione requirente è impossibile, e così la disinformazione fa fumo, dicendo che la riforma è inutile perché la separazione ci sarebbe già. Ma, come appena detto, non è vero. Il fatto poi che il sindacato dei magistrati, l’Anm il cui vertice è egemonizzato da pubblici ministeri, sia sceso in campo massicciamente e con gran dispendio di risorse economiche dell’Associazione, peraltro col dissenso espresso e dichiarato di tanti autorevoli giudici e procuratori, dovrebbe far capire che dietro l’apparente questione di principio c’è la battaglia per la vita di gruppi che dal sistema correntizio hanno tratto enormi vantaggi. Alla gran parte delle asserzioni distorte sul contenuto della riforma, molti paladini del no, anche reputati di autorevolezza, aggiungono la chiosa “il tentativo è quello di riportare la politica a controllare la magistratura”. Anche questa tesi, naturalmente, viene spacciata come evidente, evitando con cura di confrontarsi con il testo della legge costituzionale. L’art. 104 della Costituzione, prima della riforma, recita “La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere.”; lo stesso articolo, dopo la riforma, prevede che “La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere ed è composta dai magistrati della carriera giudicante e della carriera requirente.”. La sola cosa evidente, a dispetto delle prefiche del no, è che il principio di autonomia è addirittura enfatizzato, con l’espressa previsione della garanzia tanto alla magistratura giudicante quanto ai pubblici ministeri, magistratura requirente. Un altro argomento ripetuto fino all’estenuazione è quello per cui la riforma non rende i processi più veloci. E ci mancherebbe: se è per quello, neanche rende le carceri meno sovraffollate e più civili. E ci sono anche tante altre cose che non migliora, semplicemente perché non è quello il suo scopo. La riforma deve attuare il principio della terzietà del giudice rispetto alle parti, connaturato al codice di procedura penale Vassalli adottato più di trentacinque anni fa, principio che è conseguenza naturale anche dell’art. 101 della Costituzione, come modificato oltre venticinque anni fa, che impone “Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale.”. Sappiamo tutti che il fronte del no si ammanta della nobile missione di difendere la Costituzione, ma i suoi militanti dovrebbero, almeno, dimostrare di averla letta, per poi spiegare a chi deve decidere se votare sì o no, come possa essere terzo e imparziale il giudice che appartiene alla stessa squadra, corporazione e carriera di una delle due parti del processo, che dovrebbero essere in condizioni di parità e non lo sono, perché il giudice terzo è intrinseco a una di esse. Non è solo una questione di transito dalla giudicante alla requirente; è, come detto, l’esigenza di assicurare la terzietà eliminando ogni interferenza tra le carriere, le promozioni, le destinazioni dei giudici e dei pubblici ministeri. Oggi l’interdipendenza tra l’accusa e il giudice terzo è ai livelli resi evidenti dall’indagine sul ruolo di Palamara e dell’Anm nel Consiglio Superiore della Magistratura. Ma il florilegio di storture prodotte dal fronte del no va ben oltre gli aspetti, diciamo così, strettamente tecnici della riforma. Con una tecnica che ricorda gli artifici comunicativi di Goebbels o del MinCulPop, organizzazioni sociali e politiche che dovrebbero avere, se non il dovere, almeno il pudore della continenza, si abbandonano a sillogismi spericolati pur di influenzare i votanti. Si sprecano così i messaggi del tipo: votare no perché il tal personaggio vota no, oppure perché il talaltro vota sì. Cogliendo fior da fiore: “Una riforma dettata da Licio Gelli”; “Mai coi fascisti, mai con Di Pietro”; “I Giudici votano No”; “E dopo Tajani, anche Salvini conferma che non conoscono la Costituzione e le Leggi. Un dovere votare no”.  e così via. Poi, ci sono le esortazioni a votare no per scalzare il governo, benché sia chiaro che, anche in caso di sconfitta referendaria, Meloni non farebbe una piega. Per mandare la destra all’opposizione bisogna vincere le elezioni politiche e questa campagna referendaria è una prova granitica di come l’opposizione purtroppo resterà tale ancora a lungo. L’apice, in queste ore, lo ha toccato il Pd. Sui social è apparso un post dominato da una scura e lugubre immagine in bianco e nero, che rappresenta una moltitudine inquadrata militarmente col braccio alzato nel saluto fascista, accompagnata dall’affermazione che bisogna votare no col sottinteso che chi vota si sarebbe fascista. Ecco, una moltitudine di sinceri e convinti antifascisti vota sì perché è convinta che separare radicalmente e definitivamente la carriera dei magistrati dell’accusa, che sono una delle parti del processo, da quella del giudice terzo e imparziale, sia una garanzia di libertà per tutti i cittadini. Lo sanno i tanti… Tanti italiani che credono che la libertà debba essere un valore comune.

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