Referendum: la becera propaganda ci allontana dal merito della riforma

di Lorenzo Cinquepalmi

Dopo il referendum con voi del Foglio faremo i conti, tireremo una rete”. Sono le parole di Gratteri ai giornalisti del Foglio. Chi è del mestiere, soprattutto i giornalisti, sa cosa si intende per pesca a strascico quando si parla di procure della Repubblica e, francamente, proprio per questo le parole di Gratteri sono suonate veramente inquietanti. La Federazione Nazionale della Stampa ha criticato nettamente l’espressione del procuratore di Napoli, invocando il principio costituzionale della libertà di stampa, espressione del più ampio e generale diritto alla libertà di espressione, ed è questa relazione tra l’azione politica posta in essere dall’ala militante dell’Associazione Nazionale Magistrati e la libertà di espressione, a suonare truce e a legittimare qualche preoccupazione. Stiamo vivendo una campagna elettorale in cui, dapprima soprattutto da parte di alcuni settori del fronte del No, ma più di recente anche da parte di sostenitori del Sì, il contenuto normativo della riforma e il merito della stessa sono stati radicalmente obliterati da toni apocalittici e da argomentazioni abnormi. Si sono visti sostenitori del No che hanno pubblicamente, e impunemente, dichiarato che coloro che voteranno Sì sono fascisti, mafiosi, massoni. Quest’ultima attribuzione, poi, è stata gravata da una connotazione negativa impropria, considerato il ruolo fondamentale che l’istituzione massonica ha avuto nell’unificazione della nazione durante il Risorgimento e nella sua ricostruzione dopo la guerra, ma soprattutto illegittima per la sorta di implicito sillogismo di secondo grado alla stessa sotteso: chi vota Sì è fascista e mafioso (e qui il carattere negativo è connaturato) ma chi vota Sì è pure massone: in questo modo, nell’accostamento, i massoni sono assimilati tutti a dei poco di buono, insinuazione, quest’ultima, oggettivamente grave perché, indipendentemente dal condividere o meno ideali e regole della massoneria, è inaccettabile affermare che si debbano considerare malfattori tutti coloro che in quegli ideali e in quelle regole si riconoscono. Del resto, che sul terreno della campagna referendaria l’Associazione Nazionale Magistrati, da sempre ammantata di un ruolo e di un profilo dichiaratamente istituzionali, si sia schierata così rabbiosamente, perfino contro l’opinione e le posizioni di parecchi autorevoli magistrati, fa capire come qualcuno stia combattendo la battaglia della vita, dimostrando in modo plateale che il corporativismo sarebbe, e auspicabilmente sarà, la prima vittima di questa riforma. Quel corporativismo che, si sa, è endemico in tutti i corpi sociali in cui un numero ridotto di persone gestisce un potere forte. Ma una cosa è l’inevitabile solidarietà che si sviluppa all’interno di gruppi ristretti e omogenei di cittadini, altro è che un nucleo ancor più ristretto, numericamente minoritario all’interno di uno dei gruppi, concepisca e attui un progetto di potere debordante rispetto a quello risultante dal naturale equilibrio costituzionale. Ed è quello che è accaduto: come prodotto o sottoprodotto del cortocircuito mediatico giudiziario, un certo numero di pubblici ministeri si è trovata a gestire una popolarità probabilmente imprevista all’inizio, ma poi scientificamente alimentata, su cui si sono costruite carriere e fortune che, con il ruolo alto e delicato della magistratura, hanno ben poco a che fare. Oggi, quella minoranza che ha visto cogliere quelle opportunità dai predecessori e ha scelto di coltivarle a sua volta, non è disposta a farne a meno, mostrandosi pronta a qualsiasi cimento pur di conservarne l’accesso. Una minoranza che ha da parte un capitale di relazioni maturate nell’esercizio del potere, spendibile in questa madre di tutte le battaglie, ciò che potrebbe spiegare le tante conversioni sulla via di Damasco inscenate da personalità e organizzazioni politiche che avevano sostenuto la necessità di separare la carriera dei giudici da quella dei pubblici ministeri, e che oggi, con i contorcimenti più vari, sostiene il No. Assistiamo, insomma, a una difesa dello status quo talmente disperata e irrazionale da suscitare la tentazione di un paragone spurio con il crepuscolo di Ceausescu. Risuonano proclami che descrivono scenari del tutto disancorati dalla realtà: il pericolo della magistratura sottoposta all’esecutivo, la cancellazione dell’obbligo per il pubblico ministero di raccogliere prove anche a favore dell’indagato (come se adesso succedesse…), la precostituzione dei due Csm e dell’Alta Corte attraverso sorteggi addomesticati, la perdita di autorevolezza degli organi, e via elencando. Chi saprà rifiutare di lasciarsi irretire dal gioco al massacro in atto, e si concentrerà sui fatti, avrà scelta facile, perché facile è la scelta tra la conservazione illiberale e il miglioramento. Ma soprattutto perché, sia chiaro, tutelare l’indipendenza dei giudici prima di tutto dai pubblici ministeri è una scelta di progresso. E di libertà.

 

 

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