di Nautilus
Che brutta campagna elettorale, forse la più brutta del dopoguerra, esclusa ovviamente quella del 18 aprile 1948. Ma allora la partita era enorme. Brutta perché la maggioranza di governo ne sta approfittando per fare una campagna di delegittimazione per tutta la magistratura, mentre le opposizioni si sono posizionate sui Social con post e immagini altamente provocatorie, in alcuni casi alludendo ad una equazione tra fascisti e fautori del Si. Col risultato che quelle forze del centro-sinistra che vorrebbero restare sul merito, argomentando l’utilità della separazione delle carriere, finiscono per restare oscurate dagli urlatori delle due sponde. Alcuni giorni fa il Pd ha postato in Rete un video che rilancia le immagini di un’adunata fascista e che viene commentata con una scritta che nella sostanza dice: chi vota Sì al referendum per la separazione delle carriere vota come Casa Pound. Come dire senza dirlo ma alludendo: chi vota Sì è quasi un fascista. Un argomento lunare. Viscerale. Coerente, si fa per dire, con l’idea di trasformare il referendum in un plebiscito sulla presidente del Consiglio. Ma la legge sottoposta a referendum? Non ne parla quasi nessuno. Ma la replica del centro-destra fa cadere le braccia. In un meme di Fratelli d’Italia è scritto: “Domiciliari per presunto aggressore agente. Hanno liberato chi ha combinato questo”. E si vede una foto dell’assalto di Torino e sotto la scritta “Si”. Alla faccia del garantismo, più volte declamato da quella parte. Il codice di procedura penale? Le prove raccolte dal magistrato? I vincoli imposti alla carcerazione preventiva? La risposta a queste domande è un fragoroso: «me ne frego». Insomma, del merito nessuno parla. E dire che i giuristi di entrambi gli schieramenti hanno sollevato questioni che meriterebbero di essere approfondite. E invece fioccano le invettive, rilanciate da una trincea all’altra. Vero, viviamo nella stagione dell’inciviltà e sarebbe stato da ingenui pensare che il referendum sulla giustizia, potesse essere l’occasione per vivisezionare le norme sottoposte a referendum. E invece no: meglio mandare in scena l’ennesima sceneggiata.



