di Francesco Di Lorenzi
Sic transit gloria mundi” sostenevano con saggezza i nostri antenati latini per mettere in guardia dalla natura effimera del potere e del successo; oggi con ben altro stile ed usando un meno poetico scarica barile, Donald Trump ha dato il via definitivo al triste epilogo della stagione di successo della Giorgia nazionale, più o meno sulla falsariga di quanto successo prima di lei ai Renzi e ai Salvini di turno, tutti figli delle medesime ubriacature leaderistiche degli italiani, stanchi e disillusi dalle promesse e dai risultati fallimentari della seconda repubblica e in perenne ricerca del salvatore di turno. No, non sarà la Meloni a risollevare le sorti di un Paese che ha completamente perso la bussola dopo lo tsunami del 1992 ed il crollo di quei partiti che avevano realmente reso grande l’Italia sconfitta e in macerie post seconda guerra mondiale. Non lo diciamo con il ghigno di chi sfrutta qualsiasi occasione per bassi interessi di propaganda politica ed anzi ci uniamo con convinzione alle parole di saggezza pronunciate da Elly Schlein a seguito dello sconsiderato attacco al Presidente del consiglio che, nella sua veste istituzionale, rappresenta l’intera nazione: “Ferma condanna per l’attacco del presidente Donald Trump alla presidente Meloni per avere doverosamente espresso solidarietà a Papa Leone. Siamo avversari in quest’aula – ha aggiunto la segretaria del Pd – ma tutti cittadini italiani e non accetteremo attacchi o minacce al governo e al nostro Paese”. Detto questo e condannando senza esitazioni i deliri giornalieri dell’ex stella polare del sovranismo internazionale, occorre affermare con altrettanta chiarezza che l’epilogo di Giorgia Meloni non dipende dal caso o da impreventivabili fattori esterni bensì dal fallimento di un progetto politico che, almeno nelle premesse, aveva suscitato una massiccia dose di aspettative. Crediamo di non essere eccessivamente ingenerosi se riteniamo il governo in carica la delusione più lampante dell’ultimo trentennio, avvenuta nonostante l’ampia maggioranza parlamentare e l’iniziale vasto consenso nel Paese, ulteriormente ampliato dalle innegabili doti comunicative della leader della destra italiana. La caduta degli ultimi mesi è stata, pertanto, particolarmente fragorosa e figlia inequivocabile di almeno tre macro fallimenti dell’azione governativa; in primis una politica estera inconcepibile, al traino della peggiore accoppiata guerrafondaia del dopo-guerra e in colpevole complicità con le nefandezze perpetrate in tutto il Medio Oriente, senza una briciola di dignità nazionale, sacrificando qualsiasi residuo di sovranità sull’altare degli endorsement periodici di Trump. Gli italiani, cara Giorgia, ripudiano con convinzione la guerra e credono fortemente nel valore universale della pace e non permettono a nessuno di giocare allo sceriffo del mondo sulla pelle di uomini, donne e bambini innocenti. Il secondo evidente fallimento si è consumato sul tanto decantato tema sicurezza, dove gli slogan propagandistici sulla tolleranza zero ed i blocchi navali si sono scontrati con i dati inconfutabili dello stesso Viminale: aumento della micro criminalità, della violenza giovanile, dell’immigrazione illegale, con quartieri interi delle grandi città totalmente fuori controllo e a fronte di un continuo incremento dei decessi in mare, dove migliaia di innocenti trovano ogni anno la morte tra l’indifferenza ed il cinismo di chi preferisce girarsi dall’altra parte. Che ciò sia da monito anche per il centro sinistra che verrà, perché se il governo ha fallito noi non possiamo permetterci di ignorare o di sottovalutare il problema, ed abbiamo il dovere di restituire i nostri quartieri, i nostri parchi, le nostre periferie ai cittadini perbene, offrendo diritti ed integrazione per chi sceglie di vivere rispettando la legge e reagendo con la massima severità e fermezza contro chi delinque ed esercita violenze inaccettabili. Infine la clamorosa Caporetto sul tema della pressione fiscale, passando nel giro di quattro anni dalla flat tax per tutti al 15% al record, certificato dall’Istat, di pressione fiscale degli ultimi undici anni, con una percentuale del 43,1% del Pil. Un fallimento figlio non solo della loro stessa propaganda ma anche di quel virus iniettato dal berlusconismo più di trent’anni fa per cui le tasse sarebbero il male che impedisce al mercato di elargire i suoi generosi frutti a tutti. Bisogna dire basta a questa colossale balla ricordando a tutti che con le false promesse millantate per anni dalla destra non saremmo stati in grado di garantire neanche i livelli minimi di servizi essenziali come la scuola, la sanità o l’assistenza sociale. Una equa tassazione progressiva che chieda meno ai redditi medio bassi da lavoro dipendente ed autonomo e che aumenti il contributo di chi in questi decenni di crisi ha generato giganteschi profitti (banche, compagnie petrolifere, giganti del web, assicurazioni, fondi speculativi, immobiliaristi) è l’unica realistica ricetta per mantenere ed incrementare la qualità del nostro stato sociale, ossia di quel sistema che rende l’Europa il luogo con i migliori standard mondiali per studiare, curarsi e vivere. Giorgia Meloni ha perso la sua sfida, insomma, sulle cose che toccano la pelle viva degli italiani. Ora sta a noi costruire velocemente l’alternativa di domani, basata sul ritorno dell’unico vero ed indispensabile leader assente da decenni: la politica. Niente capi e salvatori della patria, solo una seria politica riformista nell’interesse generale del Paese, da socialisti italiani. Avanti!



