di Giada Fazzalari
Secondo un rapporto del Cnel, tra il 2011 e il 2024 dall’Italia sono emigrati all’estero 630mila giovani tra i 18 e i 34 anni. Sono in maggioranza laureati e altamente formati, ma anche studenti e operai. Sono andati all’estero per varie ragioni: per svolgere lavori che in Italia non è possibile svolgere; per guadagnare di più; per andare in Paesi dove il protagonismo giovanile è maggiore; per fare nuove esperienze lavorative ed esistenziali. L’Italia è un posto dove in troppi si preoccupano della famigerata “invasione dei migranti” o della “sostituzione etnica” e quasi nessuno dell’esodo silenzioso di centinaia di migliaia di giovani. I cosiddetti “expat” (dall’inglese “expatriate”) sono un silente atto d’accusa contro un sistema politico, economico e sociale che non riesce a dare prospettive concrete alle nuove generazioni. Questo primo maggio, dunque, abbiamo deciso di dedicarlo a loro, e a quel che il loro espatrio significa in termini politici. Tutte le piazze, oggi, saranno affollate da chi un lavoro ce l’ha, da chi potrebbe perderlo, da chi lo ha perso e da chi ha finanche perso la speranza di trovarlo. Ecco, ci piacerebbe che ci ricordassimo anche degli assenti: appunto, di tutti quei giovani che sono partiti all’estero con un trolley, e che probabilmente non faranno mai più ritorno. L’Italia non è un Paese per giovani perché il sistema economico è poco innovativo, ancora troppo sbilanciato sul manifatturiero (benché il manifatturiero sia fondamentale) e troppo debole sulla ricerca e sul digitale; ma anche perché il sistema della ricerca è ancora di natura baronale, e spesso nelle nostre Università si viene scelti più per cooptazione che per competenza; e, infine, perché ai giovani vengono corrisposti stipendi e salari troppo bassi, che impediscono loro di potersi permettere una casa e di fare una famiglia. Politicamente, nessuno ha la bacchetta magica per risolvere questi problemi, soprattutto in un Paese con un debito pubblico mostruoso e con una pressione fiscale soffocante. Ma francamente è grave non mettere ai primi posti dell’agenda politica il tema del rapporto fra giovani e lavoro, perché in ballo c’è il concetto stesso di futuro dell’Italia. L’Italia è Paese di emigrazione sin dalla fine dell’800. È una ferita antica che si ripresenta ciclicamente in forme diverse. Ma se l’Italia è sempre meno attrattiva per gli stranieri – soprattutto per quelli più formati – e i giovani italiani prendono sempre più spesso in considerazione l’idea di emigrare, questo vuol dire che l’Italia è un Paese fermo, ingrigito, rassegnato a un lento declino, incapace di riformare strutturalmente il sistema economico e il mondo del lavoro. È il motivo per cui dedichiamo questo primo maggio ai giovani che espatriano da un Paese che difende coi denti conservatorismi e posizioni di rendita, e lascia partire con lacrime di coccodrillo migliaia di giovani che sono stati costretti a dire “basta”, per dignità, alle porte sbattute in faccia, agli stipendi umilianti e ai curriculum senza risposta.



