di Andrea Follini
«La guerra può anche tacere, ma non per questo torna la pace». È uno dei passaggi più intensi dell’intervento con cui il cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca latino di Gerusalemme, ha incontrato nella sera di mercoledì 8 luglio il pubblico di Jesolo, al termine della celebrazione eucaristica presieduta nella chiesa di Santa Maria Ausiliatrice insieme al patriarca di Venezia Francesco Moraglia. Intervistato dal giornalista vaticanista de “Il Foglio” Matteo Matzuzzi il porporato francescano, davanti a una piazza gremita di vacanzieri, autorità civili e di tante persone provenienti da ogni angolo della diocesi veneziana, ha raccontato senza enfasi, ma con la forza della testimonianza diretta di chi vive quei luoghi da 36 anni, la realtà odierna della Terra Santa. Un racconto con il richiamo alle sofferenze, alle macerie, al pensiero di famiglie spezzate, ma anche di una speranza che, nonostante tutto, continua a resistere. Perché c’è per fortuna chi, sia a Gaza che in Israele, di questa guerra e di questa distruzione, come dell’odio che attanaglia i due popoli, non ne può più. Pizzaballa racconta volutamente poco della cronaca quotidiana perché, dice, ne sono pieni i giornali, i media in generale, spesso riportando notizie “di comodo” per l’una o l’altra parte. Preferisce soffermarsi su una ricerca sull’uomo, su come anche in situazioni così estreme, la forza del bene si faccia sentire. E su come, più che della ricostruzione delle infrastrutture distrutte, sia necessario ricostruire la devastazione umana che si è realizzata in quei luoghi. Per il Patriarca latino di Gerusalemme la vera sfida comincia proprio adesso. «Durante la guerra l’obiettivo era sopravvivere. Oggi bisogna ricostruire una società. Ed è molto più difficile ricostruire le persone che gli edifici». Parole che hanno trovato un silenzio attento tra i presenti, molti dei quali hanno seguito con emozione il racconto di una delle figure che in questi anni è diventata un punto di riferimento non solo per la comunità cattolica, ma anche per il dialogo tra israeliani e palestinesi. «Dialogo è una parola abusata quando si parla di Medio Oriente; dobbiamo dire le cose come stanno: si fa fatica a costruire momenti di incontro, anche tra i responsabili delle varie confessioni. Perdono è la parola che dovremmo far echeggiare in quei luoghi; far sorgere la consapevolezza che “io non sono l’unico a soffrire”. Questa dovrebbe essere la base per ricostruire». Pizzaballa richiama alla necessità di aprire una discussione, anche all’interno della comunità cattolica, per comprendere cosa sia necessario fare di fronte a tanta sofferenza e ad un rancore che sembra difficile da estirpare. «Noi cristiani dobbiamo avanzare delle proposte. Dobbiamo certo pregare, ma anche promuovere informazione e discussione. Non abbandoniamo lo sguardo da quei luoghi perché, nella frenesia della comunicazione di oggi, se si spegne l’attenzione su quanto sta accadendo è come se non stesse accadendo più». Nel suo intervento Pizzaballa ha insistito più volte sul valore dell’incontro tra le persone, ricordando che quando si parla del Medio Oriente si guarda sempre alla politica e agli eserciti, mentre invece si dovrebbero vedere tantissime persone che, da entrambe le parti, cercano ogni giorno di costruire rapporti, di aiutarsi, di educare i figli alla convivenza. È da loro che bisogna ripartire. Il cardinale non ha nascosto la complessità del momento. «Non possiamo permetterci letture semplicistiche. Il dolore di questa condizione di rancore che durerà ancora per moltissimi anni, riguarda tutti. Ogni famiglia ha pagato un prezzo altissimo e ogni comunità porta ferite profonde». Proprio per questo, ha ricordato come la pace non nascerà dall’umiliazione dell’altro, ma dal riconoscimento reciproco della dignità di ogni persona. Le riflessioni proposte a Jesolo richiamano le dichiarazioni rilasciate dal Patriarca nei giorni precedenti dopo l’ennesima visita pastorale, nello scorso giugno, nella Striscia di Gaza, dove aveva potuto constatare direttamente le condizioni della popolazione civile. «Gaza è un disastro – aveva affermato. – Le città sono state rase al suolo, livellate, azzerate». Ma più ancora delle immagini della distruzione, ad averlo colpito erano state le condizioni di vita quotidiana della popolazione. «La gente vive tra le tende, senza servizi, senza acqua adeguata, senza prospettive. Una delle piaghe più diffuse sono i topi, che mordono soprattutto i bambini». Un’immagine durissima che, secondo il cardinale, rende meglio di qualsiasi fotografia il livello della crisi umanitaria. «Le immagini televisive mostrano le macerie – aveva aggiunto – ma non possono raccontare gli odori, la polvere, la fatica quotidiana di vivere in quelle condizioni». Nel suo intervento jesolano Pizzaballa ha ricordato anche il lavoro svolto dal Patriarcato latino e dalle organizzazioni ecclesiali presenti sul territorio, impegnate a garantire assistenza sanitaria, distribuzione di beni essenziali, sostegno psicologico e continuità scolastica ai bambini. «La Chiesa rimane accanto alle persone. Non può risolvere i problemi politici, ma può impedire che tanti perdano completamente la speranza». Intanto, sul piano diplomatico, si registrano alcuni movimenti che potrebbero aprire una fase diversa nella gestione della Striscia. Nei giorni scorsi Hamas ha annunciato la disponibilità a sciogliere il proprio organismo di governo e a trasferire le competenze amministrative ad un comitato tecnico incaricato di amministrare Gaza nella fase di transizione. Si tratta di un’apertura che diversi osservatori leggono come un possibile passo verso una diversa governance civile del territorio, anche se restano ancora aperte le questioni decisive legate alla sicurezza, al futuro delle milizie e alla definizione di un accordo politico complessivo. Pizzaballa, vescovo di una diocesi enorme che comprende quattro nazioni (Palestina, Israele, Giordania e Cipro), dove si parlano tre lingue diverse (arabo, ebraico e greco), non manca di raccontare anche le proprie angosce personali come quando, nello stesso giorno, è stato chiamato a celebrare il funerale di quattro vittime palestinesi di un attacco israeliano e quello di un soldato israeliano cattolico, caduto per mano di Hamas. L’incontro di Jesolo si è concluso con un lungo applauso. Non quello riservato ad un protagonista della cronaca, ma ad un uomo che da anni vive accanto alle vittime del conflitto e continua a raccontare il Medio Oriente senza slogan né semplificazioni. «La speranza – ha concluso Pizzaballa – non è ottimismo. È la decisione di continuare a costruire anche quando tutto sembra dire il contrario». Un messaggio che, nella serata jesolana, è apparso come il filo conduttore di una testimonianza intensa e profondamente umana.



