Perché la politica estera del governo Meloni è disastrosa

di Francesco di Lorenzi

Da autentici socialisti riformisti non apparteniamo alla folta schiera del “tanto peggio, tanto meglio” e, pur nella ferma e rigorosa opposizione a questo governo, sappiamo scindere tra responsabilità dell’esecutivo e dinamiche sovranazionali, così come non abbiamo difficoltà a considerare giusti provvedimenti fortemente sbandierati dal centrodestra come nel caso della separazione delle carriere e della riforma della giustizia. Tuttavia facciamo fatica a comprendere come si possa giudicare positivamente la politica estera di questo governo, se non con il più che lecito sospetto che Giorgia Meloni continui a godere di ottima stampa e di sponde molto generose nel campo dell’informazione. In maniera quasi unanime si lodano le presunte doti di statista della Giorgia nazionale, capace di farsi apprezzare e benvolere da molti leader internazionali, in particolare d’oltreoceano, scambiando in maniera grossolana la capacità di stringere rapporti e relazioni personali con i pilastri di una seria e solida politica estera al servizio dell’interesse nazionale. Se lasciamo un attimo da parte l’aspetto personalistico della vicenda, è fin troppo evidente che tre anni di vita di questo esecutivo hanno minato molte basi della nostra politica estera, costruite in decenni di coerente visione del Paese, del suo ruolo nel Mediterraneo, dell’ineluttabilità della costruzione paneuropea, della fedeltà all’alleanza atlantica nel rispetto fondamentale della nostra indipendenza nazionale. Passavano governi e ministri degli Esteri (fin troppo velocemente) ma l’Italia manteneva sostanzialmente immutata la rotta indicata dalla sua naturale collocazione di ponte tra nord e sud del mondo e di cerniera tra est ed ovest. Ora Giorgia Meloni parlerà sicuramente un fluente inglese e sarà una piacevole compagna di conversazione in vertici e meeting internazionali, ma i danni causati agli interessi italiani non possono assolutamente essere sottaciuti; la subalternità nei confronti della presidenza Trump hanno trasformato l’immagine dell’Italia in una sorta di cinquantunesima stella della bandiera americana piuttosto che in quella di un grande Paese fondatore dell’Unione europea; i dazi hanno aggiunto al danno la beffa, arrivando ad intaccare perfino i pezzi forti del nostro export come la pasta e l’intero settore agroalimentare, alla faccia dei tanti complimenti e degli apprezzamenti di facciata. Abbiamo nuovamente contribuito alla rottura dell’unità europea su un tema fondamentale come il riconoscimento dello Stato di Palestina, accodandoci alle posizioni più reazionarie del globo ed apparendo come la ruota di scorta di Netanyahu sul continente, incapaci di muovere la benché minima critica o pressione su un governo accusato di genocidio da tutte le principali organizzazioni umanitarie e politiche internazionali, Onu compresa, disattendendo così cinquant’anni di costruzione di relazioni, rapporti e fiducia con larga parte del mondo arabo. Abbiamo abbandonato con sufficienza la “nuova via della seta” con Pechino, come se stessimo parlando di un partner di secondo piano o di una specie di nuova Unione Sovietica e non di una civiltà millenaria che diventerà, a parere di tutti gli analisti internazionali, nel giro di cinquant’anni, o anche meno, la prima potenza economica e militare mondiale e che, come evidenziato più volte dal nostro compianto direttore Ugo Intini, continua a ricordare con gratitudine, di generazione in generazione, il ruolo svolto dal nostro Paese e da Pietro Nenni in particolare, nell’aver “aperto alla Cina le porte dell’Occidente, della comunità internazionale e delle Nazioni Unite”. Una nazione, tra l’altro, egemone in Africa e in molti mercati in cui sono fin troppo evidenti gli interessi strategici dell’Italia. Così come sono stati messi in secondo piano i rapporti con i principali Paesi emergenti come l’India o il Brasile e che rappresentano il futuro degli scambi commerciali nazionali ed europei. Perfino sulla vicenda Russia-Ucraina, dove abbiamo mantenuto la posizione di coerenza espressa da tutta l’Unione, abbiamo abdicato ad un possibile ruolo di primo piano nella mediazione, facendoci scavalcare da Paesi come la Turchia che sicuramente non vantano la solidità di relazioni lasciate in eredità da Silvio Berlusconi, la cui politica estera si fondava sì sui rapporti personali tra leader ma anche su una visione di Paese distante anni luce dai suoi attuali mediocri eredi politici. Sono critiche e dati di fatto che evidenziano un solco non solo con chi, come noi socialisti, ha fatto da sempre dell’indipendenza nazionale e della politica estera i capisaldi della propria azione politica ma anche per chi, proveniente dalla destra sociale, ha spesso sventolato ai quattro venti le bandiere della sovranità e dell’interesse italiano. Quanta differenza tra un giornalista ed intellettuale di destra come Giano Accame che, lodando la coraggiosa politica socialista dei primi anni ottanta, dava alle stampe un libro come “Socialismo Tricolore” e gli inconsistenti nipoti di oggi costretti a scimmiottare il Trump o il Milei di turno. Questo purtroppo passa il convento e, di conseguenza, è fondamentale che i socialisti facciano ogni sforzo per riportare al governo del Paese le culture politiche che lo hanno rappresentato per decenni con serietà, visione e, soprattutto, dignità.

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