di Stefano Amoroso
Il Democracy Index pubblicato ogni anno dall’autorevole rivista britannica The Economist ci dice che la democrazia, nel mondo di oggi, non se la passa molto bene: parallelamente al tramonto della globalizzazione e contestualmente al crescere delle tensioni geopolitiche mondiali, la democrazia arretra quasi ovunque. E, anche nei Paesi democratici a cominciare dagli Stati Uniti d’America, la sua qualità peggiora vistosamente. Alla fine, quando si tratta di tirare le somme, l’Economist dà un voto assai deludente allo stato di salute della democrazia nel mondo d’oggi: siamo sotto la sufficienza, e si vede. Parallelamente al deteriorarsi degli spazi di libertà, aumentano le guerre. Ed i due fenomeni sono strettamente collegati, come purtroppo sappiamo. Quindi, se dovessimo seguire i criteri di democrazia e non belligeranza per decidere chi può partecipare ad uno dei massimi eventi culturali mondiali, come la Biennale d’arte di Venezia, gran parte dei novantanove Paesi espositori (record) dovrebbero essere esclusi. E invece l’attenzione si concentra solo sul padiglione della Russia. Il casus belli, verrebbe da dire, è dovuto al ritorno in laguna del Paese più grande del mondo, dopo l’assenza in ben due edizioni (2022 e 2024) a causa dell’invasione in Ucraina. La Federazione Russa, che ha ereditato il padiglione acquistato dallo Zar nel 1914, non è stata invitata da nessuno: possiede un padiglione, e torna ad esporre. Basta una comunicazione formale per riaprire lo spazio e la Biennale non può facilmente impedirlo. Questo punto tecnico è centrale: la presenza russa è legittima da regolamento, ma è diventata politicamente controversa visto quello che succede quotidianamente, da anni, in Ucraina. Naturalmente, in un Paese come l’Italia, dove delle regole ce ne sbattiamo altamente ed al massimo ce le facciamo su misura quando ci fa comodo, la polemica si è concentrata sugli aspetti di merito: è opportuno o meno far esporre ad un Paese che ne sta invadendo un altro? Soprattutto visto che i curatori del padiglione russo, a quanto si apprende, sarebbero molto vicini alle élite di potere a Mosca? Non si corre il rischio di legittimare la propaganda di Stato russa? Certo, il pericolo esiste. Ma non è vietando l’esposizione che si smonta la propaganda di un regime illiberale, bensì smascherandola. La cultura, almeno quella, non dovrebbe dividere ma unire; non allontanare ma avvicinare; non creare ulteriori fratture e risentimenti, ma dialogo e comprensione. Dire che il Paese di Repin, Siskin, Malevic e Kandinskij e tanti altri non debba essere presente in uno dei massimi appuntamenti mondiali dedicati a cinema, teatro ed alle arti visive, suona quasi come una bestemmia. Cosa sarebbe stata l’arte astratta, per esempio, senza Kandinskij? E la rivoluzione di Rodcenko nella fotografia e grafica, come possiamo ignorarla? Inoltre, chi critica la presenza russa alla Biennale commette un grave errore: consegna l’arte alla propaganda di regime. Invece, e da molto prima dell’invasione dell’Ucraina, molti dei più importanti artisti russi contemporanei vivono e producono all’estero (principalmente a Berlino, Parigi e New York), espongono regolarmente alle principali biennali internazionali e sono assai critici nei confronti del regime russo di Putin. Se il criterio fosse la democrazia dei Paesi espositori, allora gran parte dell’Africa andrebbe esclusa e questo certamente non sarebbe stato il desiderio di Koyo Kouoh, artista africana coltissima, curatrice della Biennale di Venezia 2026, venuta a mancare a maggio dell’anno scorso. I suoi collaboratori ne hanno raccolto l’eredità intellettuale ed hanno portato a termine il suo disegno: 111 artisti, 99 Paesi espositori, di cui sette che espongono per la prima volta; lo spazio per la letteratura e l’attenzione per le affinità, le risonanze e le possibili convergenze tra pratiche anche lontane, saranno al centro della Biennale che aprirà i battenti il prossimo 9 maggio e resterà aperta fino al 22 novembre 2026. Come succede spesso nel nostro Paese, che sa essere provinciale ed inutilmente polemico come pochi, la patata bollente è stata lasciata al Presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, giornalista a scrittore con un passato da militante di destra. Buttafuoco, laureato in filosofia all’Università della sua natia città di Catania, non ha nascosto il suo fastidio per queste polemiche politiche di scarsa rilevanza: non sarà certo la Biennale a far peggiorare un mondo in cui si svolgono già cinquantasette conflitti di carattere internazionale od interetnico, né rientra tra i poteri del Presidente della Biennale quello di far finire l’odio tra gli esseri umani. Magari fosse così. Sicché, piaccia o meno, dialogare attraverso la cultura può solo aiutare a superare odi e divisioni. Per uno che ha scritto un romanzo incentrato sulla figura del monaco cristiano Bahira, che secondo la tradizione avrebbe educato cristianamente il giovane Maometto, presiedere la biennale del ritorno della Russia nel contesto artistico internazionale non dev’essere altro che motivo di curiosità e di orgoglio. E noi la pensiamo esattamente come lui.



