di Andrea Follini
Inumana e degradante. Così avevano definita in una nota congiunta i ministri degli esteri di Germania, Francia, Italia e Regno Unito, inviata al leader israeliano Benjamin Netanyahu, la proposta di legge per la reintroduzione della pena di morte in Israele. Quella proposta è ora diventata legge, grazie all’approvazione alla Knesset da parte della maggioranza di destra e ultradestra, capitanata dal ministro per la sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir. Alla faccia della moratoria promossa dall’Onu dal 2007 a cui finora hanno aderito 131 Stati. È stato ancora più degradante vedere esponenti del parlamento israeliano e gli stessi ministri, festeggiare l’approvazione della legge con grandi bicchierate e appuntandosi al bavero delle giacche una spilla raffigurante un cappio. Le immagini di tali festeggiamenti, diffuse dai media locali, hanno però suscitato forti critiche da parte dell’opposizione e di numerose organizzazioni per i diritti umani, che le hanno giudicate inappropriate, evidenziando come esultare per una misura che implica la soppressione della vita umana rappresenti un segnale preoccupante sul piano etico e culturale. Una lettura plastica di come, quando la destra va al potere, dietro l’angolo sia pronta un regressione valoriale capace di raggiungere limiti che si credevano irraggiungibili. Il provvedimento approvato rappresenta una svolta storica in un ordinamento che, per decenni, aveva limitato l’uso della pena capitale a casi eccezionali e simbolici. Secondo i promotori del provvedimento, la misura si inserisce in un contesto di crescente insicurezza e tensioni legate al terrorismo. I sostenitori ritengono che il ripristino della pena di morte possa avere un effetto deterrente nei confronti di atti estremi, rafforzando al contempo il senso di giustizia per le vittime e le loro famiglie. A leggerla bene invece, la legge sembra costruita su misura per i palestinesi di Gaza e Cisgiordania, creando una vera disparità di trattamento dove i palestinesi verrebbero condannati a morte mentre gli ebrei riceverebbero pene detentive per reati simili legati al terrorismo. La reintroduzione della pena di morte in Israele si configura dunque come un passaggio cruciale, destinato a segnare profondamente il dibattito pubblico nelle prossime settimane. Tra esigenze di sicurezza, questioni etiche e pressioni internazionali, il Paese si trova ora di fronte a una sfida complessa, che mette in gioco la propria identità giuridica e morale. Le reazioni infatti non si sono fatte attendere, dentro e fuori dai confini nazionali. Diverse istituzioni internazionali e Ong hanno espresso preoccupazione per quella che considerano una regressione rispetto agli standard globali in materia di diritti umani, quando la tendenza sino ad ora diffusa nel mondo aveva visto un progressivo abbandono della pena capitale, ritenuta da molti incompatibile con i principi fondamentali dello stato di diritto. Ma anche all’interno di Israele il dibattito si è rapidamente polarizzato. Da un lato, una parte dell’opinione pubblica sostiene con convinzione la linea dura del governo, ritenendo che le circostanze attuali richiedano misure straordinarie. Dall’altro, giuristi, accademici e attivisti sottolineano i rischi legati a possibili errori giudiziari, oltre alla difficoltà di conciliare la pena di morte con i valori democratici su cui si fonda lo Stato. Non mancano, inoltre, interrogativi sull’applicazione pratica della nuova legge. Quali saranno i criteri per l’irrogazione della pena capitale? In che modo verranno garantiti processi equi e trasparenti? E quale sarà il ruolo dell’Alta Corte di Giustizia nel valutare eventuali ricorsi? Queste domande restano per ora senza risposta definitiva, alimentando ulteriormente il clima di incertezza. In questo contesto complesso, la scelta del governo israeliano rischia di avere ripercussioni durature non solo sul piano interno, ma anche nelle relazioni diplomatiche. Alcuni alleati tradizionali potrebbero riconsiderare le proprie posizioni, mentre altri Paesi potrebbero utilizzare la decisione come elemento di critica politica. Per Ben-Gvir questa si può definire invece una doppia vittoria: ha dimostrato il suo potere all’interno della coalizione e, nel caso in cui l’Alta Corte dovesse pronunciarsi contro il provvedimento appena approvato, otterrebbe la possibilità di accusarne i componenti – che lui non considera certo favorevolmente – tacciandoli di essere amici dei terroristi. Ecco perché il voto non solo ha evidenziato l’abisso morale nel quale Israele sta precipitando, ma ha anche designato il prossimo leader della destra, in caso di impeachment di Netanyahu: finché la rivoluzione kahanista del movimento estremista religioso ebraico continuerà la sua marcia senza che emerga una forza di opposizione significativa, questo leader potrà essere lui, Itamar Ben-Gvir, che è riuscito a trasformarsi da delinquente marginale (come non esita a definirlo la stampa progressista israeliana) in artefice dell’ideologia di destra.



