di Francesco Di Lorenzi
L’elezione del nuovo leader laburista Andy Burnham ha tutta l’impressione di portare con sé elementi di rottura così significativi che vanno ben al di là dei confini britannici. L’ex sindaco di Manchester ha da subito scelto, infatti, la strada della chiarezza, rispolverando un vecchio quanto fondamentale arnese della politica, in particolare della sinistra: l’autocritica. Una parola che alle nostre latitudini è stata dimenticata per lunghi, interminabili decenni e che ha contribuito alle frequenti affermazioni delle destre nostrane, prima nella più digeribile versione berlusconiana, ora nella più indigesta e pericolosa forma a trazione sovranista. Al periodico passare di leader, presunti salvatori della patria, segretari di partito, alleanze dai nomi e dai confini più disparati, non è mai corrisposta una riflessione seria ed approfondita sugli errori commessi, sui nuovi bisogni non capiti, sulle paure a cui non siamo stati capaci di dare una risposta adeguata. Più facile dare la colpa alle televisioni del cavaliere, all’ignoranza, alla propaganda, tutte cose vere intendiamoci, piuttosto che rispolverare quell’antica pratica del primo movimento operaio, in cui dalla più piccola sezione fino ai congressi nazionali, ci si interrogava sugli errori commessi, sul rapporto con le masse e con le classi di riferimento, sulle trasformazioni in atto nella società, su cosa non aveva funzionato nel rapporto con il corpo elettorale. Perché in politica si sbaglia ma l’autocritica può trasformare delle cadute rovinose in nuovi slanci per il futuro, purché si abbia la faccia ed il coraggio per ammetterlo. L’ex sindaco di Manchester di coraggio deve averne una bella dose perché nelle sue prime esternazioni ha dichiarato senza esitazioni “negli ultimi quarant’anni abbiamo sbagliato tutto”, mettendo sotto accusa sia i tredici anni consecutivi di governo labour dal 1997 al 2010, sia la svolta moderata e centrista imposta da Tony Blair decenni fa e che per anni ha rappresentato la bussola di molte sinistre europee, compresa la nostra. La svolta liberista della sinistra inglese dei primi anni novanta ha portato, infatti, ad un lento quanto inesorabile declino del partito, incapace sia di mantenere i suoi legami storici con le grandi realtà industriali del Paese e con il mondo sindacale, sia di intercettare i nuovi bisogni prodotti dalla rivoluzione digitale, con le sue opportunità e le sue tante contraddizioni. E così mentre il blairismo si ergeva rapidamente a nuova fede, fatta di fiducia cieca verso la globalizzazione, l’economia finanziaria, la capacità del mercato di portare ricchezza a tutti e per tutti, le destre vecchie e nuove si ingrassavano, intercettando i nuovi bisogni, le tante paure e dando rappresentanza al numero sempre crescente degli esclusi dal grande tavolo del business globale, mentre il labour diventava sempre più il partito della city, versione inglese della rappresentanza della ztl di casa nostra. Le conseguenze sono state disastrose, con la frantumazione del vecchio confronto con conservatori e, in misura minore, liberali e l’irrompere delle destre nazionaliste, culminate con la sciagura, per la costruzione dell’Europa ma anche per gli inglesi stessi, della Brexit. Burnham sembra voler mettere in discussione tutto questo percorso, iniziando con il recupero del rapporto con la base popolare del partito e con la sua storica rappresentanza del mondo del lavoro e incassando il sostegno “dai sindacati e dal nostro movimento socialista”. Un percorso di ricostruzione sicuramente lungo e complesso, chiamato a cimentarsi, subito, nella difficile sfida del governo del post Starmer e nella futura battaglia contro la nuova destra di Farage. Nel suo primo discorso ha parlato di un piano decennale per la Gran Bretagna e di risposte concrete da dare immediatamente ai cittadini sul tema delle case popolari e delle crisi industriali; non sarà facile ma l’aver riconosciuto gli errori del passato è una base importante su cui avviare la ricostruzione. Quella che aspettiamo con ansia anche in Italia, perché non sarà sufficiente incalzare le destre sui tanti errori commessi e sugli scarsi risultati ottenuti, per vincere e rappresentare un’alternativa credibile. Occorre, con la massima urgenza, un’autocritica seria su questi anni fatti di sconfitte e delusioni e solo la presenza forte, autonoma ed organizzata dei socialisti italiani può contribuire ad un confronto serio e franco. Uscire definitivamente dalla sbornia ultra liberista dell’ultimo trentennio, ripensare il ruolo dello stato non come attore ma come regolatore delle ingiustizie e delle disfunzioni del mercato, recuperare il rapporto simbiotico con i ceti popolari ed i nuovi bisogni, premiare i meriti ed allargare le opportunità, garantire sicurezza e certezza della pena, rifiutare scorciatoie e derive giustizialiste, creare ricchezza e distribuirla equamente, offrire casa, lavoro dignitoso, giustamente retribuito e servizi per invertire il declino demografico, curare la nostra casa comune per trasformare l’ambiente in una nuova e fondamentale leva disviluppo, pianificare una seria politica industriale, sburocratizzare la vita quotidiana delle piccole e medie imprese. Tutti temi su cui la sinistra è stata negligente in molti casi ed assente in altri e in cui la cultura politica socialista sarà fondamentale per costruire davvero l’alternativa ed essere protagonisti di una nuova stagione di riforme, di sviluppo e di progresso sociale e civile.



