di Giada Fazzalari
Nel tempo della “remigrazione” e della criminalizzazione dello “straniero” – è incredibile come la xenofobia riemerga per ondate anomale nel dibattito politico italiano – cala nella cronaca italiana un nome che ribalta conformismi e automatismi: quello di Pape Mbody. Chi è costui? Si tratta di un senegalese. Ha 26 anni, vive a Roma e di mestiere fa il sommelier. Qualche notte fa – proprio a Trastevere, epicentro di una movida fuori controllo – Pape Mbody vede un uomo che fa la pipì per strada, davanti a tutti e, soprattutto, davanti a una ragazza. L’uomo che fa la pipì per strada è un italiano, un romano di 33 anni con qualche precedente per spaccio. Di lui conosciamo solo le iniziali: G. G. Pape Mbody gli si avvicina e gli dice gentilmente che non è opportuno fare la pipì per strada, soprattutto davanti a una ragazza. G. G. reagisce male, inizia a insultarlo, lo chiama “sporco negro”. Pape Mbody, che era insieme ad altre persone, capisce di trovarsi di fronte a un italiano aggressivo, per cui decide di andare via. Ma G. G. non si accontenta di insultarlo; nossignore, inizia a inseguirlo, lo picchia, lo butta a terra. Dopodiché tira fuori una pistola e gli spara a un braccio. Tutto questo perché uno “sporco negro” gli ha detto garbatamente di non fare la pipì per strada davanti a una ragazza. Siamo certi che G. G. – lo desumiamo dal suo linguaggio razzista – nutra simpatia per quelle formazioni politiche che teorizzano la superiorità e la purezza degli italiani, e che considerano gli “stranieri” sporchi, cattivi, spacciatori, stupratori, terroristi, ladri e criminali. Peccato che a Trastevere, qualche notte fa, la realtà si sia incaricata di smentire le teorie xenofobe di chi soffia per calcolo politico sul peggiore nazionalismo e sul più retrivo razzismo di quell’Italietta che, anziché aprirsi al mondo e alla sua complessità, prova a riportare un popolo intero su posizioni comunitariste e identitarie fortemente aggressive e repressive. La realtà è sempre più complessa delle ideologie. E lo dimostra proprio il caso di Pape Mbody, un senegalese perbene, un lavoratore, un professionista apprezzato, un cittadino esemplare. Un “vero italiano”, per usare provocatoriamente il lessico purista di razzisti e xenofobi. Non erano gli “stranieri” a spacciare, a fare la pipì per strada, a picchiare e a sparare senza motivo? E non erano gli italiani che difendevano “le nostre donne” – una delle locuzioni più spregevoli del linguaggio di destra – dagli stranieri che fanno la pipì per strada? E come la mettiamo, ora? Come lo spieghiamo che a fare la pipì per strada, a picchiare senza motivo, a spacciare, a sparare è un italiano? Viviamo di schemi, di categorie, di generalizzazioni, di ideologie. E invece ci sono solo le persone. Una per una. Una per volta. E vanno approcciate senza schemi e senza pregiudizi. Ma la fabbrica dell’odio contro gli “stranieri” lavora a ritmi molto sostenuti, e ormai è difficile da fermare. Appellarsi all’intelligenza, al buon senso e al senso di realtà sortisce pochi effetti, perché la caccia allo “sporco negro” è diventata, purtroppo, senso comune. E, come scrisse Alessandro Manzoni: “Il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto per paura del senso comune”.



