di Antonio Lombardo
A distanza di quindici anni dall’ultimo referendum, il tema del nucleare continua ad essere oggetto di dibattito pubblico, suscitando opinioni contrastanti e perplessità spesso legate a informazioni non sempre chiare o discordanti rispetto ai dati scientifici a nostra disposizione. Dopotutto, l’approvazione dell’ultimo disegno di legge ha chiaramente riacceso i riflettori su questa fonte sostenibile, riaprendo vecchie faide che hanno segnato divisioni non solo tra destra e sinistra, ma anche all’interno di quest’ultima. A cambiare le carte in tavola è, in primis, il contesto globale che stiamo vivendo. Per troppo tempo abbiamo sottovalutato la nostra dipendenza dal combustibile fossile, che ci ha resi ostaggio di nazioni oggi attraversate da conflitti o guidate da governi non del tutto trasparenti. Le cause scatenanti sono da imputare, oltre che alla politica, la quale aveva già frenato il nostro slancio degli anni ’60, anche alle successive campagne mediatiche che hanno orientato il consenso popolare attraverso una narrazione spesso allarmistica, disperdendo il patrimonio industriale e scientifico che ci aveva resi un’eccellenza mondiale. Il risultato negativo di queste scelte diventa ancora più lampante oggi se osserviamo l’amaro paradosso dei nostri giovani talenti. Le università italiane, infatti, continuano a formare fisici e ingegneri nucleari di altissimo livello, i quali sono costretti ad emigrare all’estero proprio a causa della mancanza di una filiera nazionale. Non a caso sono proprio i giovani oggi a puntare il dito verso la classe politica che ha avallato e continua ad avallare tali scelte. Decisioni condizionate quasi esclusivamente dall’onda emotiva di due incidenti, ovvero Chernobyl e Fukushima, che furono il risultato di catastrofici errori umani e gestionali, piuttosto che di un reale fallimento tecnologico. Nonostante ciò, si continua ancora a dubitare della scienza, contestando al nucleare tempi di realizzazione, costi e smaltimento dei rifiuti radioattivi, ignorando completamente le esigenze di una nazione che, nei prossimi anni, avrà bisogno di soddisfare un fabbisogno energetico sempre maggiore. Alcuni potrebbero pensare che le fonti rinnovabili siano la soluzione a tale problema, cadendo in errore e sorvolando sulle problematiche relative al carico di base. È noto, infatti, che le FER (fonti energetiche rinnovabili) siano delle fonti ad intermittenza che mal gestiscono la continuità dell’approvvigionamento, richiedendo investimenti titanici in sistemi di accumulo e batterie che, allo stato attuale della tecnologia, non sono ancora in grado di garantire l’autonomia energetica di un Paese. Va inoltre sottolineato un paradosso geopolitico: la quasi totalità dei materiali necessari per il fotovoltaico e per gli accumuli, quali il silicio e il litio, è di fatto monopolizzata dalla Cina. Una concentrazione di mercato che ci lega le mani, impedendoci di diversificare gli approvvigionamenti e sostituendo la vecchia dipendenza dai fossili con una nuova sudditanza commerciale. Ciò non avviene per il nucleare, poiché l’uranio può essere acquistato da Paesi democraticamente più stabili come il Canada e l’Australia. A questa garanzia di indipendenza geopolitica si aggiunge la rivoluzione tecnologica degli ultimi anni, che rende anacronistico il “no” ostinato all’atomo. Basti pensare ai mini-reattori modulari, gli SMR (Small Modular Reactor), realizzabili in serie in fabbrica per abbattere i costi e dotati di sistemi di sicurezza passivi, capaci di spegnersi autonomamente in caso di anomalia. Eppure, di fronte a questi vantaggi strategici innegabili, il dibattito pubblico tende a incagliarsi regolarmente sullo stesso, stolto ostacolo: la gestione delle scorie radioattive. Uno spauracchio che la politica ha spesso cavalcato piuttosto che risolvere, rimandando all’infinito la creazione di quel Deposito Nazionale che tutti i Paesi avanzati possiedono. I socialisti riformisti oggi devono farsi carico di questa battaglia e appoggiare la volontà delle nuove generazioni, le quali chiedono a gran voce un mix energetico composto da rinnovabili e da nucleare per il carico di base. Ciò deve essere fatto abbandonando idee che esulano dal dibattito attuale e lasciandosi alle spalle le vecchie barricate ideologiche, poiché valutare il nucleare nel 2026 con le lenti degli anni ’80 è un errore concettuale che i socialisti, i giovani, e l’Italia non possono più permettersi.



