Nella trincea della manovra di bilancio Giorgetti vede i fantasmi

di Stefano Amoroso

Se la manovra di bilancio fosse una pellicola del genere “cappa e spada”, tanto in voga nel secolo scorso, il titolo potrebbe essere evocativo: “Giorgetti contro i poteri forti”, oppure “Il pirata nero” o infine “Lo scudo dei Fratelli d’Italia”. Solo per limitarci a quelli più adatti, visti i toni grotteschi assunti dalla vicenda. Un cantiere aperto, almeno a giudicare dagli annunci di Forza Italia e della Lega, con quest’ultima che annuncia ben quattrocento emendamenti. Un crescendo rossiniano di dichiarazioni, spesso smentendo la sera quello che si era annunciato la mattina, ed una battaglia parlamentare a suon di ordini del giorno e mozioni, come non si vedeva da anni. Ora invece, visto che ci si avvicina alla fine della legislatura e gli appetiti dei territori, ma anche delle lobbies, crescono, il Governo ha dovuto lasciare per forza spazio alle correzioni ed alle modifiche parlamentari. Non dovrebbe essere un assalto alla diligenza, comunque: una manovra di 18,7 miliardi, in un’economia come quella italiana, che vale 1.250 miliardi di euro di spesa, e poco meno di entrate, è una misera goccia nel mare. Si tratta di una delle manovre più ridotte di sempre nelle sue dimensioni, incapace di modificare, in meglio o peggio, i saldi finanziari della Repubblica. Tanto è vero che è lo stesso Governo, nei suoi documenti programmatici, a prendere per buone le previsioni di crescita del Fondo Monetario e della Ue: una crescita prevista del +0,5% quest’anno, e del +0,8% l’anno prossimo, non punta neanche lontanamente ad irrobustire la crescita, ma solo a rientrare nel parametro del 3% del rapporto tra disavanzo e Pil con un anno di anticipo. E poi, che fare? Non bisogna scomodare Lenin per capire che questo Governo non ha la più pallida idea di quello che aspetta l’Italia tra un anno, figurarsi tra cinque o venti. Si naviga a vista, dunque o, meglio, ci si trincea in attesa che la battaglia cessi. L’impressione, tuttavia, è che mai come stavolta il soldato Giorgetti sia stato lasciato solo a combattere in prima linea, bersagliato non solo dall’opposizione, come è naturale, ma anche dal fuoco del suo stesso partito. La Lega, infatti, vuole portare in parlamento la battaglia per allargare la rottamazione, ma mette nel mirino anche la pensione di reversibilità nelle unioni civili. Sul fronte di Forza Italia, invece, si promettono emendamenti a favore delle forze dell’ordine e non meglio precisate “tutele” a favore dei proprietari di immobili. I quali, secondo il partito fondato da Berlusconi, anche per quest’anno dovrebbero pagare la stessa aliquota di cedolare secca sia nel caso degli affitti a lungo termine, che nel caso di quelli brevi. Un palese regalo a chi affitta la casa al mare (o in montagna) per il periodo delle vacanze. Ma nello stesso tempo una spada di Damocle sulla testa di studenti fuori sede, lavoratori e tirocinanti che si spostano in un’altra città per motivi di studio o lavoro e si trovano ad avere a che fare con costi degli affitti spropositati e non sostenibili. Rinforzando così, inevitabilmente, il mercato degli affitti in nero. Nel dibattito è entrata anche la tassa sugli extraprofitti sulle banche, ancora molto nebulosa, che agita il sonno degli eredi di Berlusconi (secondi azionisti di Banca Mediolanum dopo la famiglia Doris) e non solo. La manovra non piace quasi a nessuno, sia dentro che fuori dalla maggioranza: è osteggiata dall’opposizione, come è normale, ma è anche pesantemente criticata da Confindustria, Cei e Banca d’Italia. Non si tratta di organi dell’opposizione, anzi. Il tema è che l’impianto della manovra non aiuta i poveri ed allarga la forbice delle disuguaglianze italiane: tra centro e periferie, tra città e campagne, tra aree connesse ed aree isolate (spesso si tratta di quelle più interne, soprattutto al Sud), tra possidenti e no, tra ceti borghesi ed istruiti, e no. Ed infine, tra italiani per diritto di nascita ed immigrati. Il Governo non ci sta, e cerca di reagire con Giorgetti che rivendica il taglio di due punti percentuali dell’Irpef per coloro che guadagnano fino a cinquantamila euro lordi (circa duemiladuecento euro netti al mese). Peccato che, come abbiamo già spiegato più volte su queste pagine, non sia vero: infatti, mentre c’è un leggero taglio dell’aliquota Irpef per i redditi fino a cinquantamila euro, vengono tolte detrazioni e bonus. In definitiva il carico fiscale, come è stato efficacemente dimostrato, cresce anziché diminuire. Anche per il famoso ceto medio. Se a questo aggiungiamo, come abbiamo ampiamente documentato, che sulla crescita c’è il nulla cosmico, non si vede cosa ci sia da salvare in questa finanziaria. E, soprattutto, non si capisce come potremo ridurre le disuguaglianze crescenti ed il numero di poveri assoluti che è in aumento, dal momento che non c’è nessun incentivo significativo agli investimenti. E senza investimenti, ovviamente, la crescita arranca.

 

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