di Stefano Amoroso
Ora che l’ipotesi di una guerra interna all’Occidente per il controllo della Groenlandia è stata accantonata, e si spera definitivamente, chissà se Donald Trump non rivendicherà di aver posto fine alla nona guerra dall’inizio del suo secondo mandato. Una guerra, per fortuna finora solo verbale, che lui stesso aveva iniziato con le sue parole incendiarie. Sarebbe veramente paradossale se rivendicasse di aver avuto un successo anche in questo caso, in cui invece è stato palesemente sconfitto. Ma, con Trump, mai dire mai. Secondo i termini dell’accordo di massima raggiunto in Svizzera tra Trump ed il Segretario della Nato, Rutte, sarà l’Alleanza Atlantica a doversi occupare della difesa dell’isola artica, che è parte integrante del Regno di Danimarca che a sua volta è membro fondatore della Nato. Così avrebbe dovuto essere fin dall’inizio, per logica e buon senso, e ci saremmo potuti risparmiare mesi di angosce e polemiche inutili. In fondo, però, le tensioni sul futuro della Groenlandia non sono state veramente inutili. Come nei miraggi dell’Artico, che permettono di vedere oggetti e persone che si trovano oltre la linea dell’orizzonte, il pasticcio groenlandese ci ha svelato cosa si muove dietro le quinte: la rincorsa alle terre rare, necessarie sia per sviluppare le armi super tecnologiche del futuro, sia i computer quantistici e le nanotecnologie, è più aperta che mai. E la regione artica, con la sua scarsa popolazione ed i grandi spazi pressoché inesplorati, è la nuova terra da sfruttare nel XXI secolo. Inoltre, sempre a causa dello scioglimento dei ghiacciai, le rotte artiche sono ora appetibili per chi vive di commercio internazionale. E, dove ci sono delle rotte commerciali, chi controlla i porti e gli stretti è in vantaggio. Per l’Italia, uno dei due soli Paesi del G20 a non avere un accesso diretto agli oceani (l’altro è la Turchia, messa ancora peggio di noi), il rischio è triplice: quello di restare con una difesa insufficiente se la Nato cessasse di esistere (ipotesi improbabile nel breve periodo, ma a questo punto possibile in un futuro più lontano), essere tagliata fuori dai commerci mondiali se le potenze mondiali dovessero preferire le rotte artiche rispetto a quelle mediterranee, ed infine il rischio di restare indietro nella corsa alle materie prime fondamentali per le nuove sfide tecnologiche e per lo sviluppo dei microchip del futuro. Si tratta dunque di una partita delicatissima e non si capisce come mai l’Italia, che peraltro dispone di alcuni reparti militari più specializzati e meglio attrezzati per combattere in condizioni estreme come sono quelle artiche, finora abbia rinunciato a giocare un ruolo di primo piano in questa vicenda. Si spera dunque che, dopo la tregua svizzera tra Trump e l’Europa, mediata dalla Nato, la Meloni si decida a scendere finalmente in campo ed a rivendicare un posto per l’Italia. In passato siamo andati in Afghanistan, Sud Sudan e Timor Est, che probabilmente molti italiani non saprebbero neanche dire esattamente dove si trovino sulla mappa: sarebbe veramente incomprensibile se stessimo a guardare mentre gli altri decidono del futuro del pianeta, e dunque anche nostro. Quanto a Trump, ha confermato di essere irascibile, incompetente e, in definitiva, inaffidabile: avrebbe potuto chiudere la partita groenlandese in poco tempo ed a totale vantaggio degli Stati Uniti. E invece è costretto ad accettare che la sovranità dell’isola del Nord resti alla Danimarca, che la sicurezza sia gestita dalla Nato e che le terre rare vengano divise con gli alleati. Inoltre, cosa non meno importante, ha isolato gli Usa rispetto al mondo e messo in discussione la leadership globale del suo Paese. L’impressione è che ci vorranno anni, e tanta buona volontà, prima che gli Usa riescano a raccogliere i cocci di questo disastro politico, diplomatico, militare ed economico. L’Europa, nel frattempo, farebbe bene ad accelerare il suo percorso verso una maggiore unità ed indipendenza dalle potenze straniere.



