di Giada Fazzalari
La manovra di bilancio è la legge quadro più importante per l’economia di un Paese, una sorta di carta di identità di politica economica di un governo. E proprio per questo dovrebbe rispettare un equilibrio che tenga conto almeno di due priorità: da un lato il rispetto dei conti pubblici, dall’altro quello della crescita. Questa invece, la quarta manovra del governo Meloni, è una finanziaria così prudente, che finisce per determinare la sostanziale stagnazione dell’economia: il contesto è quello di un’Italia in cui c’è un crollo dei consumi reali, il boom dei prezzi del carrello della spesa, ma soprattutto crescita zero certificata da Istat, Banca Italia ed Eurostat. È una manovra senza slanci, senza un’idea precisa di Paese. Senza visione. Ma siccome anche la politica economica è figlia di scelte politiche precise, la scelta è quella di non venire incontro a chi ha più bisogno, specie su lavoro, salari e sanità. Per le pensioni minime resta confermato solo l’incremento transitorio dell’1,3% circa 3,12 euro mensili. In un paese in cui il 10% della popolazione, cioè 5,8 milioni di persone, non riesce più a curarsi, a beneficio di una sanità privata che fattura 42 miliardi di euro all’anno, tutto viene scaricato sulle spalle di medici e infermieri. E ancora, salari fermi al palo, i poveri assoluti che crescono anche quest’anno. E come un coniglio tirato fuori dal cappello, eccola lì l’opera incompiuta più discussa di sempre: il Ponte sullo Stretto. Servono denari, e 780 milioni per il Ponte slittano al 2033. Si dirà che è poca cosa su un finanziamento complessivo di più di 14 miliardi. Ma resta comunque un brutto segnale, che suona come un forte allarme per chi aveva sperato in una definizione a breve dell’opera che già Craxi definiva, nel 1985, “avveniristica”, sostenendo che dalle grandi infrastrutture dipendesse la modernizzazione del Paese nel confronto con il resto del mondo. Questa riduzione rischia di essere un ulteriore precedente; il Ponte trasformato come salvadanaio, da cui attingere in caso di bisogno. E poi ci sono le trenta pagine di emendamenti che il governo ha calato sul tavolo di questa finanziaria, a pochi giorni dall’approvazione del testo a Palazzo Chigi e a poche ora dalla scadenza della discussione in aula. Un governo che corregge sé stesso, in un loop preoccupante, sintomo di una chiara incapacità nel leggere le necessità del Paese. Ma anche il segnale di tensioni interne alla stessa maggioranza, nemmeno più nascoste dagli attori in campo. Più che una manovra di bilancio, quella di quest’anno sembra un tentativo di rianimazione del Paese molto mal riuscito, con conseguenze che non tarderemo a vedere. Per una Italia stanca ed in affanno, così come l’ha recentemente fotografata il Censis, non è certo quello che il Paese si aspettava.



