di Andrea Follini
Il Censis, Centro Studi Investimenti Sociali, ha pubblicato la scorsa settimana il suo 59° Rapporto sulla situazione sociale del nostro Paese. L’analisi compiuta dai ricercatori ci consegna un ritratto dell’Italia contemporanea che è insieme realistico e inquietante. Non si tratta di un documento che indulge nell’ottimismo, ma piuttosto di una fotografia nitida di un Paese che resiste, che si adatta, ma che fatica a crescere e a innovare. L’immagine che emerge è quella di una società sospesa, che ha imparato a convivere con la crisi, ma che non riesce a liberarsi dalla trappola del declino. Il rapporto descrive questa fase come un’“età selvaggia, del ferro e del fuoco”, segnata da tensioni geopolitiche, da un debito pubblico sempre più ingombrante e da un lungo autunno industriale che rischia di trasformarsi in un vero e proprio inverno della deindustrializzazione. L’Italia, pur avendo dimostrato una certa resilienza rispetto ad altre democrazie occidentali, appare incapace di rilanciare un ciclo virtuoso di crescita e fiducia. Uno dei nodi centrali emersi nel rapporto è la crisi del ceto medio. Storicamente considerato il pilastro della stabilità sociale e politica, oggi questo segmento appare in forte sofferenza. Stipendi ridotti, precarietà lavorativa e un progressivo impoverimento culturale ne minano la capacità di mantenere il proprio status, per non parlare dell’assoluta possibilità di migliorarlo. Negli ultimi vent’anni, la spesa delle famiglie per la cultura è calata di oltre un terzo, e le case italiane sono sempre più povere di libri e investimenti culturali. È un segnale che va oltre l’economia: riguarda la qualità della vita, la capacità di immaginare il futuro, la tenuta stessa della coesione sociale. Il rapporto evidenzia anche un dato drammatico: nel 2024 si sono registrati più di mezzo milione di infortuni sul lavoro, con oltre mille esiti mortali. Come abbiamo più volte evidenziato anche dalle pagine di questo giornale, è il segno di un tessuto produttivo fragile, che non riesce a garantire sicurezza e prospettive solide. La trasformazione del lavoro, spinta dalla digitalizzazione e dalla transizione ecologica, procede senza che siano stati predisposti strumenti adeguati di protezione sociale. Sul piano politico e istituzionale, cresce la sfiducia nella democrazia, e questo è un segnale d’allarme davvero importante. Non stupisce, pertanto, che quasi la metà degli italiani (il 46,8%, ma la percentuale sale al 55,8% tra i più giovani) sia convinta che l’Italia non abbia davanti a sé un futuro all’insegna del progresso. O che il 38,7% consideri le democrazie inadeguate a sopravvivere nell’”età selvaggia”, quando a contare sono la forza e l’aggressività, anziché la legge e il diritto. O che il 29,7% – quasi uno su tre – condivida ormai una convinzione inaudita: che i regimi autocratici siano più adatti a competere nel nuovo mondo a soqquadro. Dati che non possono lasciare indifferenti. Molti cittadini percepiscono l’Europa come in declino (anche prima delle sparate di Trump e Musk) e avvertono una distanza sempre maggiore dalla politica: la disaffezione al voto ne è il sintomo oramai più evidente. La società appare frammentata, capace di metabolizzare aggressività ed esclusione, ma incapace di trovare un vero slancio innovativo. È come se l’Italia fosse prigioniera di un equilibrio fragile, che consente di sopravvivere ma non di crescere. Il welfare, intanto, è sotto pressione. L’aumento del debito e l’invecchiamento della popolazione mettono a rischio la sostenibilità del sistema sanitario e previdenziale. Il Censis richiama l’urgenza di investimenti nella sanità territoriale, nelle cure di prossimità e in strumenti concreti per affrontare la transizione ecologica e la crisi abitativa. Senza un rafforzamento del welfare, il rischio è quello di una società “post-welfare”, in cui le disuguaglianze si ampliano e la protezione sociale diventa sempre più debole. Il rapporto non si limita a descrivere le criticità, ma invita a riflettere sulla necessità di riforme strutturali. L’Italia ha bisogno di un nuovo slancio, di politiche capaci di rilanciare la crescita, di ridare fiducia ai cittadini e di ricostruire coesione sociale. Il ceto medio, in particolare, deve tornare a essere il barometro della stabilità, non il simbolo della crisi. In conclusione, il 59° Rapporto Censis ci consegna un Paese che resiste ma non cresce, che si adatta ma non innova. È un’Italia sospesa tra resilienza e declino, che ha urgente bisogno di riforme strutturali per affrontare le sfide del futuro. La fotografia è dura, ma necessaria: solo partendo da questa consapevolezza si può immaginare un percorso di rinascita. E chi se ne deve occupare, se non la politica?



