L’equilibrismo del consenso: perché la Legge di Bilancio è un piano di sopravvivenza e non di crescita

di Andrea Follini

La Legge di Bilancio per il 2026, appena licenziata dal Parlamento, si presenta come un mosaico di interventi che, dietro una facciata di stabilità e rigore, rivela le profonde contraddizioni di una politica economica costretta tra le promesse elettorali del passato e la scure del nuovo Patto di Stabilità europeo. Il Governo ha confezionato un provvedimento che cerca di non scontentare troppo nessuno, ma che finisce per non scontentare davvero nessuno solo a prezzo di una rinuncia sistematica a qualsiasi visione strategica di lungo periodo. Il cuore della manovra, ovvero la trasformazione del taglio del cuneo fiscale in una misura strutturale, rappresenta emblematicamente questa dinamica: quella che viene spacciata per una conquista epocale è, a ben vedere, un’operazione di puro mantenimento. Trasformare lo sgravio contributivo in una detrazione fiscale serve a stabilizzare le buste paga dei redditi fino a 35.000 euro, ma non aggiunge potere d’acquisto reale in un’economia ancora fiaccata dai rincari degli anni precedenti; si è scelto di cristallizzare l’esistente per evitare un tracollo dei consumi, rinunciando però a una vera riforma del lavoro che incentivi aumenti salariali dinamici. Usando il gergo, si potrebbe riassumere con un “non c’è trippa”, frase che caratterizza senza dubbio il provvedimento. Questo approccio conservativo si riflette con ancora più forza nella gestione dell’Irpef. La conferma delle tre aliquote e l’introduzione del cosiddetto “quoziente familiare” per le detrazioni sopra i settantacinquemila euro, tradiscono una visione dello Stato che non punta più sull’universalità dei diritti, ma su una premialità di stampo ideologico. Legare la possibilità di detrarre spese mediche o d’istruzione al numero dei figli significa, nei fatti, penalizzare i cittadini non in base alla loro capacità contributiva, ma in base a scelte di vita personali, creando un precedente pericoloso in cui il fisco diventa uno strumento di ingegneria sociale piuttosto che di equità distributiva. Nel frattempo, il ceto medio resta l’eterno dimenticato: chi guadagna tra i 35.000 e i 50.000 euro continua a sopportare un carico fiscale sproporzionato, senza beneficiare dei bonus per i redditi bassi né delle flessibilità concesse ai redditi più alti. Un vero e proprio blocco della possibilità di incremento del potere di acquisto per questa fascia di popolazione che, da sempre, è stato il motore della spesa e quindi di quella circolazione dell’economia che ha reso in passato più florido il nostro Paese. Sul fronte delle pensioni, il 2026 segna il definitivo tramonto della narrazione della “rivoluzione previdenziale”. Dopo anni di slogan contro la Legge Fornero, il Governo si è arreso alla realtà demografica e contabile, limitandosi a potenziare il “Bonus Maroni”. Si tratta di un paradosso politico: un esecutivo che ha costruito la propria identità ed il consenso dei partiti che lo supportano sulla difesa del lavoro e dei giovani, si ritrova a pagare i lavoratori anziani affinché non vadano in pensione. Questo meccanismo, pur alleviando momentaneamente i conti dell’Inps, blocca il turnover generazionale e condanna le nuove leve a un ingresso nel mondo del lavoro sempre più tardivo e precario. Le misure residue come Opzione Donna o l’Ape Sociale, ridotte a simulacri di sé stesse da criteri di accesso sempre più restrittivi, confermano che la flessibilità in uscita è ormai un lusso che lo Stato italiano non vuole o non sa più permettersi. Non meno problematica è la gestione della spesa pubblica, dove il termine “investimento” sembra essere scomparso dal vocabolario ministeriale per fare spazio alla pratica dei tagli lineari. La sanità, nonostante le dichiarazioni trionfalistiche sull’aumento dei fondi in termini assoluti, sta subendo un definanziamento strisciante in rapporto al Pil, (meccanismo già visto anche negli scorsi due anni) scivolando verso una soglia che l’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce critica per la tenuta dei servizi essenziali. L’illusione che la defiscalizzazione delle indennità mediche possa bastare a fermare l’emorragia di professionisti verso l’estero o il privato è, appunto, un’illusione: senza un piano straordinario di assunzioni e un ammodernamento delle strutture, le liste d’attesa rimarranno un calvario per chi non può permettersi la sanità a pagamento. Per non parlare del disastro di pronto soccorso, oramai allo sbando. Allo stesso modo, il “pacchetto famiglia” appare come una collezione di mance elettorali, come il bonus di mille euro per i nuovi nati, che però non risolvono la carenza di asili nido o la mancanza di politiche serie per la conciliazione tra vita e lavoro, soprattutto nelle aree del Mezzogiorno dove i tagli agli enti locali colpiranno proprio il welfare di prossimità. Persino il tanto sbandierato contributo richiesto al comparto bancario e assicurativo si è rivelato un’operazione cosmetica. Non si tratta di una tassa sugli extraprofitti, ma di un mero anticipo contabile di crediti d’imposta che le banche avrebbero comunque riscosso negli anni a venire. In pratica, lo Stato chiede un prestito ai giganti della finanza per coprire i buchi di oggi, ipotecando le entrate di domani. Sembra di leggere in questo provvedimento una azione che anche a livello locale la destra, dove governa, mette in atto da tempo: una assoluta mancanza di responsabilità nella gestione del futuro per dare fiato ad un presente che, presto o tardi, chiederà amaramente il conto. Questa mancanza di coraggio nel colpire le rendite parassitarie, unita a una spending review che colpirà indiscriminatamente i servizi dei ministeri, delinea una manovra di corto respiro, priva di quell’impulso industriale necessario per navigare la transizione energetica e digitale. In definitiva, la Legge di Bilancio 2026 appare come l’ennesimo tentativo di guadagnare tempo, sperando che i fondi del Pnrr – la cui esecuzione resta macchinosa e incerta – possano colmare il vuoto lasciato da una politica economica nazionale che sembra aver rinunciato a governare il futuro, accontentandosi di amministrare il declino con un occhio ai sondaggi e l’altro ai vincoli di Bruxelles.

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